Informazioni di base

Questo è un blog dedicato all’heavy metal (con scappatelle in altri generi solo nel fine settimana).
A gestirlo è Dwight Fry, autore della serie di volumi (cartacei) intitolati “Heavy Metal – La storia mai raccontata”, incentrati sugli sviluppi del cosiddetto metal classico in ogni parte del mondo, dal 1984 ai giorni nostri.

Tutte le informazioni sui libri, il modo per acquistarli, feedback acquirenti e recensioni le trovate qui:
https://dwightfryblog.wordpress.com/informazioni/

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TG HEAVY METAL (10-16 giugno)

Settimana interessante, quella appena trascorsa. Anche per me come scrittore, visto che sia Metallus:
http://www.metallus.it/recensioni/dwight-fry-recensione-heavy-metal-la-storia-mai-raccontata-vol-1-e-vol-2-1984-1986-e-1987-1990/
che Metal.it:
https://www.metal.it/article.aspx/221/dwight-fry-heavy-metal-la-storia-mai-raccontata/
hanno recensito i miei libri.

Un GRAZIE enorme a Riccardo Manazza e a Sergio Rapetti per lo spazio concesso.

Ma passiamo alle cose serie, cioè alla musica suonata. Tra le varie notizie che mi sono appuntato direi di cominciare da quella fornita da Metal Force, che ha segnalato le novità in casa Burning Witches e postato il nuovo video della band:
https://www.metalforce.it/news/burning-witches-annunciata-la-nuova-cantante-nuovo-singolo-online-053465
Il pezzo è valido ma io non amo un granché le voci femminili nel metal, di rado ne trovo una in grado di spiazzarmi in positivo, e questa cantante non fa eccezione. Quei vocalizzi estremi piazzati qua e là, poi, mi fanno scuotere la testa… e non per fare headbanging.
Per il resto, nettamente meglio questa Laura Guldemond che qualsiasi cantante di metal “operistico” dei tempi nostri. O peggio ancora qualche ex minorenne nipponica.

A proposito di voci femminili: anche Loud And Proud dà spazio a una band heavy con cantante donna, ovvero gli statunitensi Sölicitör, nel contesto del prossimo Keep It True. Devo dire che questa voce (Amy Lee Carlson) è più dinamica e sfaccettata rispetto a quella di Laura Guldemond, più grezza e – alle mie orecchie – meno studiata. Poi il loro speed metal è abbastanza trascinante:
http://loudandproud.it/keep-it-true-xxiii-confermati-solicitor/

Metalhead.it ha segnalato invece la prima edizione dell’Ambria Metal Festival, festival dedito a sonorità heavy-power che si terrà in provincia di Bergamo. Impressionante il parterre de roi, considerando che è un happening nuovo e per di più gratuito. Headliner saranno i Grave Digger, prima di loro si esibiranno Domine e White Skull. E scusate se è poco.
Appuntamento per il 20 luglio.
http://www.metalhead.it/?p=164324

Heavy Metal Webzine ci parla degli svizzeri Eroica (band che mi ricorda un po’ i finlandesi Oz), i quali hanno reso disponibili i samplers del loro ultimo album. Potete ascoltarli qui:
https://www.heavymetalwebzine.it/2019/06/12/eroica-nuovo-album-in-streaming/

Se invece volete ascoltare un po’ di sano US power metal, Metal.it può soddisfare le vostre richieste con la segnalazione inerente gli Hellscream, band in giro da un po’ di anni e pronta a tornare con un nuovo album per la Pure Steel. Alla chitarra c’è il muscoloso Dave Garcia dei Cage, e direi che si sente:
https://www.metal.it/note.aspx/65938/hellscream-nuovo-singolo-on-line/

Qualche recensione e intervista, infine.

Cito subito la recensione dei Circle Of Witches pubblicata da Metallized:
http://www.metallized.it/recensione.php?id=16119
Avevo guardato di recente il lyric video dell’ottima “Giordano Bruno”, e la recensione di Francesco Gallina mi ha chiarito le idee sul tributo al grande filosofo napoletano.
Curioso di ascoltare gli altri pezzi, questo doom epico ed heavy è decisamente nelle mie corde.

I ragazzi di Metallus hanno recensito l’ultimo album dei Diamond Head, del quale mi sono occupato a mia volta (date un ascolto all’album, è il migliore della band tra quelli post-reunion):
http://www.metallus.it/recensioni/recensione-the-coffin-train/

Su True Metal ho scorto sia la recensione dell’ultimo EP dei promettenti Haunt:
http://www.truemetal.it/recensioni/luminous-eyes-ep-108902
sia quella relativa all’ultima fatica dei nostrani Hellraiser:
http://www.truemetal.it/recensioni/heritage-108907

Chiudo con Metal Italia, che ha recensito i Vulture:
https://metalitalia.com/album/vulture-ghastly-waves-battered-graves/
e i Tanith (addirittura top album, il loro):
https://metalitalia.com/album/tanith-in-another-time/
ma soprattutto ha dato in pasto a tutti i defender il reportage del concerto tenuto dai Manowar in quel di Zurigo:
https://metalitalia.com/live_report/manowar-2/

E a questo punto, mi pare, avete abbastanza materiale da ascoltare e leggere.
A lunedì prossimo!

Andre Matos (14/9/71 – 8/6/19)

Io non amo il power sinfonico ma ho seguito nascita, trionfo e decadenza di quel movimento musicale, d’altronde chi ha più di quarant’anni e al tempo comprava almeno una o due riviste al mese, volente o nolente si è confrontato con le band principali del movimento.

Gli Angra rientravano giocoforza tra queste. Andre Matos è diventato subito uno dei punti di riferimento di quella scena, apprezzato un po’ da tutti i fan del power per via delle sue qualità canore. Uno dei cantanti da battere, erede dei Kiske e dei Tate, di quelli che fai sentire a chi ti dice che nel metal la gente sa solo urlare.

Ma dall’8 giugno Andre Matos non è più fra noi. Arresto cardiaco e fine dei giochi.

Tra i grossi nomi del power, per me, non è come se fosse morto… che so, Kai Hansen o Peavy Wagner (non voglio tirargliela, quindi tocchiamoci tutti assieme le palle con veemenza), visto che coi Gamma Ray e i Rage ho avuto flirt più lunghi, ma la notizia è stata una doccia fredda per tutti coloro che hanno vissuto quegli anni. Fan o non-fan del power melodico: alla fine un musicista iconico è tale proprio per la sua capacità di lasciare un ricordo.

La cosa che più mi colpisce è, oltre all’inattesa notizia, proprio l’età di Andre: soltanto 47 anni. Molti fan del metal, tra quelli che conosco, navigano a vista attorno a quell’età e… niente. Sono cose che fanno riflettere.
Chi ha letto i miei libri sa che nella Nota di Chiusura spiego i motivi per i quali ho dato vita al progetto “Heavy Metal – La storia mai raccontata”:

La morte di alcuni dei miei idoli musicali è stato l’impulso più forte, quello definitivo: dovevo omaggiare loro e la loro arte.

È questo che scrivo tutte le volte. Ed è verissimo. Le morti di Lemmy e R.J. Dio, in particolare, mi hanno smosso qualcosa dentro. Però quei due avevano una settantina d’anni ciascuno. Andre era ancora giovane. Non è stato un mio “idolo musicale” (voce troppo acuta, in un periodo nel quale andavo a cercarmi cantanti con un’impostazione più rude) ma ha fatto parte, indirettamente, del mio percorso di crescita. Tantissimi ricordi sono legati, in maniera ellittica, a Matos e agli Angra; con l’Italia aveva un rapporto speciale, veniva da noi tutte le volte che poteva, anche per piccoli eventi, per cui il suo nome campeggiava spesso in qualche reportage giornalistico.

Adesso anche lui ci ha lasciato.
Ieri ho scritto fino a tardi. Quarto volume della serie. Per reazione, credo. Pensi di avere tutto il tempo di questo mondo e invece…
Ciao Andre, grazie per la tua arte… e per il durissimo promemoria.

P.S.
L’immagine qui sotto è quella di un vecchio Flash. Lo rileggevo giusto l’altro ieri “per lavoro” e mi sembra stranissimo che, fra i tre GRANDISSIMI cantanti in copertina, due non siano più qui con noi.
P.P.S.
Sedici anni fa capitava di trovarsi in copertina (tutti assieme) Halford, Dio e Matos. Eviterò commenti nostalgici.
Anzi no, non li eviterò: gran bei tempi! Fortunato ad averli vissuti.

The Dictators, “Go girl crazy!” (1975)

Non avevo mai sentito parlare dei Dictators. Poi acquistati il libricino della Giunti (“I Classici”… che anno era? 1999? 2000? Va beh, vent’anni fa) e m’imbattei nella recensione di un paio d’album della band newyorchese.
La copertina di “Go girl crazy!” non prometteva nulla di buono, con questo coattone che pareva appena uscito da una discoteca anni Settanta e che rispondeva al nome di Richard “Handsome Dick” Manitoba.

Handsome Dick?

Mah.

Però nella recensione si parlava di proto-punk e io col punk ci sono cresciuto, quindi presi subito nota. E rimediai alla mia lacuna.

Bam!

Colpo di fulmine. L’ennesimo, tra le sconfinate lande del rock ‘n’ roll. Se avessi avuto lo stesso numero di colpi di fulmine con le donne, oggi avrei alle spalle più matrimoni di Elizabeth Taylor.

Comunque. L’album mi colpì un sacco; era fresco, vario, suonato bene, schizoide il giusto.

Ma c’è davvero del punk, tra questi solchi?

Beh, sì. La voce di Manitoba lo era, a tratti, soprattutto perché sguaiata, insolente… e talvolta vicina alla stonatura, tipo in “I got you babe”, cover di Sonny Bono (potevano evitare di piazzare una ballata in seconda posizione nella tracklist, è uno dei pochi difetti che attribuisco all’album).

“I live for cars and girls” è rock ‘n’ roll in senso ramonesiano, quindi un po’ surf e un po’ pop-punk ante litteram . E non a caso i due gruppi condivideranno la cover di “California sun” (meglio la versione dei Dictators, però). Il caustico senso dell’umorismo è quello del punk che non si prendeva troppo sul serio, i testi delle irresistibili “Master race rock” (total punk… sentite che cori), “Back to Africa” (che presenta riff reggae e riffoni hard rock… è raro sentire una fusione così azzeccata) e “Two tub man” (folle, fin dal demenziale monologo d’apertura) parlano chiaro.

Trentacinque minuti spassosissimi, dettati dalla linee vocali di quell’adorabile guitto di Manitoba, che per un po’ di anni è stato anche il cantante degli MC5 (va beh… di quello che ne rimaneva) negli spettacoli dal vivo, in cui peraltro ha dimostrato di possedere ancora una certa grinta.

Questo non è l’unico album dei Dictators da raccomandare, almeno un altro dovrò citarlo in futuro, ma è quello con cui li ho conosciuti e a me piace un sacco. Tanta energia e tanta “ignoranza” condensate in appena 35 minuti di musica.

Qualche nota di colore, infine.

Pare che la versione originale di quest’album sia stata cantata da Andy Shernoff, membro fondatore della band e poi tastierista aggiunto nel secondo lavoro, “Manifest Destiny”, nel quale imbracciò il basso Mark Mendoza, poi alla corte dei grandissimi Twisted Sister.

L’album fu prodotto da Sandy Pearlman, manager dei Blue Oyster Cult.

A proposito: sapete chi suona le tastiere in un paio di pezzi di “Go girl crazy!”? Allen Lanier, storico chitarrista (e tastierista) dei Blue Oyster Cult.

La chitarra, nei Dictators, la suonava invece un certo Ross Friedman, che di lì a poco si unirà a un bassista (con un brillante futuro da MANager) e fonderà una nuova band chiamata Manowar. Quel chitarrista diverrà famoso nel mondo dell’heavy metal col soprannome di Ross “The Boss”.

When love and hate collide (parte seconda)

Mi diverte sfogliare le mie vecchie riviste o i libri che affollano la mia biblioteca perché scovo sempre qualche chicca, qualche dichiarazione o aneddoto che non ricordavo. Una delle cose che mi piace di più è scoprire chi ha influenzato chi. O chi proprio non riesce a digerire chi.
Qualche esempio:

1) Robb Flynn (Machine Head) parla di Steven Tyler (Aerosmith)

Uno dei miei autori preferiti è Steven Tyler, e anche se per i non anglofoni è difficile capire tutto quello che canta, i suoi testi nascondono mille sfumature e dicono cose anche molto intelligenti. Lui riesce a modellare la lingue inglese come pochi altri cantanti sanno fare e io adoro quello che scrive.
(Flash n. 154, 2001)

2) Joe Stump (Reign of terror) parla di Michael Romeo e dei Symphony X

Non li trovo un gruppo così eccezionale. La band è ottima, non c’è dubbio, e hanno un sacco di canzoni fantastiche nella loro discografia… ma secondo me il loro punto debole è proprio il chitarrista, Michael Angelo! [a me risulta Michael Romeo, N.d.Dwight] Si concentra troppo sulle parti classiche e sulle relative scale, invece di dare spazio alla fantasia.
(Flash n. 154, 2001)

3) Lemmy (Motorhead) parla dei Limp Bizkit

Non valgono un cazzo, sono solo pattume. Mi spiace. Abbiamo suonato insieme all’Ozzfest, un paio di anni fa e sono andato a vederli la prima sera, avevano montato sul palco un cesso enorme dentro il quale buttavano fotografie delle Spice Girls. Ho pensato: “Wow, questa sì che è roba davvero trasgressiva e all’avanguardia! Non sto più nella pelle, datemene ancora!”.
(“Parola di Lemmy”, Tsunami edizioni, pag. 48)

4) Oskar Dronjak (HammerFall) parla di Wolf Hoffmann (Accept)

Gli Accept e Wolf Hoffmann sono stati e sono ancora le mie fonti primarie di ispirazione. Wolf è un grande chitarrista, tanto dal punto di vista ritmico che come solista, apprezzo soprattutto il gusto per la melodia e l’armonia nei suoi assoli, senza mai perdersi in scale stucchevoli e virtuosismi.
(Flash n. 165, 2002)

5) Malmsteen parla di Kerry King (Slayer)

Ho sentito di recente Kerry King degli Slayer e l’ho trovato davvero insopportabile. Mi spiace dir questo perché solitamente non mi permetto di criticare la gente [povero Yngwie: quanta sofferenza nel dover criticare a tutti i costi qualcuno, N.d.Dwight], ma i solos degli Slayer sono davvero orribili. Non c’è niente di tecnicamente giusto in tutto quello che ho sentito! E non parlo di gusti personali ma proprio di perizia tecnica. Dovrebbe funzionare un po’ come l’esercito: prima di avere il diritto di registrare un disco dovresti passare la visita di leva.
(Flash n. 167, 2002)

Diamond Head, “The coffin train” (recensione)

Odio i voti in calce alle recensioni, infatti nei miei libri non li uso.
Un album, per me, piace o non piace. Tutt’al più lascia freddini. Al massimo si possono piazzare un paio di fasce di grigio, ma alla fine tutta la faccenda si riduce a quelle tre opzioni.

Nel caso dell’ultima fatica dei Diamond Head, il mio parere è positivo. Non mi esalta, ma dopo tre ascolti posso dire che “The coffin train” mi è piaciuto discretamente.
Io poi ho qualche problema con questo genere di album, sempre a un passo dall’heavy ma hard rock nella sostanza, che è poi la strada intrapresa dai Diamond Head dai tempi della prima reunion nei Novanta. Si parli di hard-blues (“The Messenger”) o di hard rock moderno in stile Soundgarden (“Shades of black”, “The sleeper”), il succo non cambia. Di realmente heavy ho ascoltato solo “Belly of the beast” e “Death by design”, poi tracce sparse, per esempio nella seconda parte della title track, che io avevo un po’ snobbato ma che è cresciuta parecchio con gli ascolti. Anche quando i Diamond Head si gettano nelle melodie più rilassate, i risultati mi paiono buoni; in tal senso devo ammettere che il pezzo di chiusura, “Until we burn”, mi è piaciuto parecchio. Non è una ballata e nemmeno un pezzo hard rock, ma una felice via di mezzo, con parti più solari che si alternano alle improvvise cinghiate della chitarra elettrica.

L’album sfoggia un hard rock perfettamente calato nei nostri tempi, quindi duro e ben prodotto. Un hard rock che pare più tosto di quello che in effetti è, quasi heavy. Aiutano in tal senso certe accelerazioni della batteria, con Tatler in grande spolvero negli assoli.

In formissima anche Rasmus Andersen, cantante che da adolescente deve aver avuto il poster di Chris Cornell in stanza, ma sono quasi certo che in seguito qualcuno gli abbia fatto ascoltare parecchia roba di Glenn Hughes.

Bell’album, in sintesi, consigliato a chi sa apprezzare l’hard rock meno basico (qua non troverete un paio di riff a canzone, per intenderci) e che non è fissato esclusivamente con l’heavy metal o con generi più duri.

Per farvi capire meglio cosa penso di questo album, chiudo con un approccio marzulliano: mi faccio delle domande e mi rispondo da solo.

Consiglieresti quest’album a chi ama l’hard & heavy?
Sì.

Consiglieresti quest’album a un ragazzo che voglia approcciare il genere nel 2019?
Sì.

Se ti regalassero il CD, ne saresti contento?
Sì.

Secondo te un album del genere ha senso nel 2019?
Ha senso soprattutto nel 2019.

Credi che a fine anno lo citerai tra le cose migliori che hai ascoltato nel 2019?
Non penso, visti i miei gusti orientati all’heavy puro, ma come ritorno discografico è senz’altro positivo.

Non sarai mica uno di quegli sfigati che si aspettano ancora pezzi in stile “Helpless” in un album dei Diamond Head?
Sì…

EDDAIEE!!!!!!!!!!!!!!!!!

Mail ricevuta il 30 maggio da un lettore che aveva appena terminato di leggere i primi due volumi di “Heavy Metal – La storia mai raccontata”:

Me li sono divorati… e scusa se non arricchisco le recensioni su facebook o similia, ma sono assolutamente ANTISOCIAL:-)
Però se vuoi allegare questa mia, fallo pure.
Complimenti. Lettura MOLTO interessante, MOLTO densa… ma anche relativamente VELOCE, senza troppi fronzoli. In una parola. PUNK :-).
Complimenti per la PROFESSIONALITÀ della “confezione” (io sono uno che sulla “forma” impazzisce). Venendo dal punk, spesso mi cadono le braccia a leggere bio o auto-biografie di miei eroi… errori di impaginazione, di calligrafia… di editing… insomma una serie di ingenuità che sì sono “genuine”… ma caxxo non sto leggendo una fanzine, ancora caxxo!
L’introduzione al primo volume la dovresti mandare a tutti i professori da tastiera… parlo del pezzo dove in pratica dici “non mi rompete i coglioni se non condividete quello che scrivo… questo non e’ un blog… ma e’ il frutto di anni di ricerca, lavoro”. Potrebbe finire qua.
Tante belle idee… ovviamente i nomi minori li lascerò stare, visto che il metal classico non e’ propriamente la mia “cup of tea”! Invece qualche “lacuna grossa” provvederò a colmarla (il metal russo, per esempio).
A questo punto non vedo l’ora di completare la serie!
EDDAIEE!!!!!!!!!!!!!!!!!

P.S.
Un’altra cosa.
Molto interessante anche tutta la spiega Def Leppard /Bon Jovi/ glam come gruppi “metal” (roba che oggi non esiste… e forse non si capisce)…
In altre parole la “contestualizzazione” del tutto.
Caxxo… ai tempi mi ricordo che Slippery When Wet dei Bon Jovi, quando lo vedevo in mano ad uno di quinta liceo… pensavo WOW… questo e’ un duro.
Come sono cambiate le cose.
Ci sono un casino di amici dell’estremo… per fare un discorso simile… che apprezzano ora più che ieri i gruppi OI/punk.
L’essere “fedeli alla linea”… se mi spiego, ma riuscire a fare qualcosa di bello con quello che si ha.

Che dire?
Essere definito contemporaneamente “punk” e “professionale” per me è il massimo, quindi GRAZIE! In effetti sì, i miei libri rispecchiano la logica del DIY, l’ho detto fin dall’inizio, e in qualche modo nascondono un’anima punk, peraltro genere col quale sono cresciuto (chi segue la mia rubrica del sabato sa di cosa parlo).

Visto che ci sono, vorrei citare un paio di commenti apparsi su Metallized.
Il primo è dell’utente Blackiesan74, che potrebbe pure essere l’autore della mail di cui sopra, non so; nel momento in cui la gente compra i miei libri, non sto a chiedergli che nick usa quando naviga. Sta di fatto che ha dato risalto al mio impegno e quindi mi sento in dovere di ringraziarlo.

Segnalo, infine, il commento di un altro utente di Metallized, il quale mi offre lo spunto per una riflessione nel momento in cui scrive: “Queste pubblicazioni sono sempre molto interessanti, anche se magari molti dei nomi presenti si conoscono”.
Improbabile, nel mio caso. Ho scritto e sto scrivendo questi volumi proprio per dare visibilità a gente sconosciuta ai più. Poi se qualcuno li conosce più o meno tutti, buon per lui. Ma si tratterebbe di una rara avis.
Bisognerebbe anche stabilire quand’è che si può realmente affermare di “conoscere” certi nomi. Perché si sa: con Wikipedia a portata di mano, o magari per averne letto in qualche recensione, o ancora per aver ascolticchiato un paio di pezzi beccati tra i suggerimenti di YouTube, tutti possiamo dire di conoscere una band. Per me, invece, “conoscere una band” equivale a tutt’altro. Significa studiarne la storia, conoscere i cambi di line-up, il successo o l’insuccesso conseguito dal dato album, lo scenario musicale e il pubblico col quale si è dovuto confrontare il gruppo man mano che pubblicava, e via dicendo. Soprattutto, significa aver ascoltato ogni album di ogni band un tot di volte, e non certo a saltelli, non certo distrattamente.
Credo che l’unico ad aver capito davvero la portata del mio lavoro (o quantomeno ad averla sottolineata in sede di recensione) sia stato Stefano Ricetti di True Metal. E alcuni lettori.
Al di là di ciò, il concetto di “notorietà” espresso all’inizio è parecchio labile. Prendiamo i gruppi commentati nel 2° volume. Già molti dei nomi più noti, tipo Motorhead, Grave Digger o Running Wild, presentano discografie molto corpose e che obiettivamente non tutti conoscono, perfino quelli che ascoltano metal da anni e anni. E parliamo comunque di band famose.
Anche a toglierle dall’elenco generale, rimangono talmente tanti di quei nomi che… beh, non mi chiedo più se il metallaro medio italiano, quand’anche navigato, ne abbia mai ascoltato un album intero… ma persino un paio di brani! Gente come Alta Tensão, Alvacast, Angus, Artch, Banshee, Apollo Ra, Attika (li hanno ristampati di recente!), Deadly Blessing, Fisc, Flashpoint, Gillman, Jackal, Kraken, Leviticus, Lord, M.A.S.A.C.R.E., Mistreater… e mi fermo alla “emme”… questa è gente che potete trovare citata in qualche numero di Classix, forse, ma certo non fa parte della schiera di gruppi che normalmentesi conoscono”.

Quando starò per pubblicare terzo e quarto volume, comunque, a scanso di equivoci provvederò a pubblicare l’elenco completo delle band analizzate, così chiunque potrà farsi un’idea realistica di ciò che contengono quei libri.
P.S.
Il video postato quaggiù è, ovviamente, un omaggio al lettore antisocial che mi ha scritto in privato.

TG HEAVY METAL (27 maggio – 2 giugno)

da cagliaripad.it

Si comincia da True Metal, a ‘sto giro, per vari motivi.
Il primo è di natura strettamente egocentrica e riguarda la pubblicazione di un mio articolo su Alice Cooper, che trovate qui:
http://www.truemetal.it/articoli/speciale-non-piaccio-a-nessuno-108598
Il secondo concerne un ottimo reportage (a cura di Yose Dutto, che desidero citare perché condivide con me la passione smodata per l’heavy metal tradizionale e gente del genere, con gusti simili e cotanta preparazione, andrebbe clonata) del concerto tenuto dai Visigoth in quel di Londra a fine maggio. Occhio ai gruppi spalla, specie agli Amulet, e alle considerazioni finali dell’articolo, importanti per tante ragioni:
http://www.truemetal.it/news/live-report-visigoth-bewitcher-amulet-skyryder-moth-club-londra-26-05-2019-108529
E il terzo motivo ha a che fare col commovente amarcord griffato Beppe Riva. Il buon Stefano Ricetti, infatti, è andato a scavare tra i suoi numeri di Rockerilla e ha tirato fuori addirittura la recensione del capolavoro “Fire down under” dei Riot:
http://www.truemetal.it/articoli/beppe-riva-pillars-recensione-riot-fire-down-under-108509

Passiamo a Metal Force, che ha reso disponibile ai suoi lettori l’ultimo video degli Striker. Qualcuno ricorderà forse la mia recensione dell’ultimo nato in casa Enforcer, in cui mi chiedevo se per caso gli svedesi non stessero prendendo esempio dai canadesi (o viceversa), nel recupero di melodie e riff hard rock tipicamente anni ’80. Direi che questo singolo conferma i dubbi:
https://www.metalforce.it/news/striker-il-video-di-on-the-run-052586

Aggiornamenti sul “Keep It True 2020” (siamo quasi nel 2020… per me che sono nato negli anni Settanta dello scorso secolo, quella data ha un che di fantascientifico!). I ragazzi di Loud And Proud ci comunicano una notizia mica da niente: stanno per tornare i Legend!
Chi cazzo sono, si chiederà qualcuno. Beh, se ne parla qui:
http://loudandproud.it/keep-it-true-xxiii-confermati-i-legend/

Metal.it dà spazio al prossimo album dei greci Diviner, band che non mi era dispiaciuta nel debutto di qualche anno fa. Suonano un power metal che sa spesso di Stati Uniti, hanno un bravo cantante, sono più duri della media e in generale non c’entrano nulla col power melodico tutto cori e doppia cassa:
https://www.metal.it/note.aspx/65659/diviner-realizzato-il-lyric-video-di-beyond-the-border/
Tra l’altro Metal Force li ha già recensiti:
https://www.metalforce.it/recensioni/diviner-benvenuti-nel-nostro-regno-052330

Metallized ci fa sapere che i Saxon stanno per tornare con un nuovo live-album (considero i Saxon una delle formazioni migliori di sempre, dal vivo, ma tra live, video e boxed set credo che stiano perdendo un po’ la bussola):
http://www.metallized.it/notizia.php?id=64877

Di Metal Italia voglio segnalare infine la recensione dei Riot City, band che ha già fatto drizzare le orecchie (e non solo) ad alcuni fan dei Judas Priest di mia conoscenza:
https://metalitalia.com/album/riot-city-burn-the-night/

Niente di interessante o inedito (nel senso che mi pare superfluo parlare di band segnalate di recente) scorgo negli altri portali, quindi chiudo qui.
Alla prossima!

A domanda, risposta (parte 2)

Ad altre domande, altre risposte.
Pubblico tutto sul mio blog, che è abbastanza seguìto, così se c’è qualcuno che aveva avuto la stessa curiosità evita di perdere tempo a scrivermi.

1) Qual è il tuo gruppo metal preferito?
Ce n’è più d’uno, non ne ho uno preferito in senso assoluto. Pensa che ci sono album che adoro e che sono stati scritti da gruppi che non seguo, tipo “Moving target” dei Royal Hunt. Tra i grossi nomi, dovendo citare i primi tre che mi vengono in mente dico Motorhead, Riot e Saxon. Alice Cooper nell’hard rock. I Queen nel rock (il fottutissimo film non è riuscito nell’intento di farmeli odiare. Bel tentativo, però).

2) Ultimo album acquistato?
“King of kings” dei Tyrant (ottimo esempio di power-doom statunitense, lo cito nel terzo volume).

3) Perché nel primo volume non hai parlato dei Rage?
La soluzione del mistero è a pagina 11 del suddetto volume. Ultime righe.

4) Ma i metallari italiani leggono?
Pare di sì. Sanno anche far di conto. Aggiungo che nell’interagire con me si dimostrano intelligenti, alla mano e niente affatto spocchiosi. Sono i social che li rovinano, ma quello vale un po’ per tutti.

5) C’è stato qualcuno che ti ha stroncato?
Non ancora. Ma il mio obiettivo, più che piacere, è diffondere. Su quel fronte non ho nulla da temere.

6) Lavori per True Metal?
Che io sappia nessuno “lavora” nelle webzine metal. Voglio dire, di solito c’è gente che recensisce, intervista e dà notizie in modalità gratuita, tutt’al più riescono a farsi dare qualche pass ai concerti. Però non so come funzionano le cose presso True Metal. Sta di fatto che non faccio parte della redazione: un paio di moderatori del loro forum apprezzano il modo in cui scrivo e a suo tempo mi hanno proposto di buttar giù qualche articolo, quando ho modo e voglia di farlo. Me ne hanno pubblicati sei o sette. Non so se troverei il tempo per farlo anche per altri portali, ma se un anno fa me l’avesse chiesto Metallized o Metallus (cito i primi che mi sovvengono) avrei accettato volentieri.
Lasciami parlare di rock/metal e avrai fatto di me un uomo felice!
Certo, sarei anche più felice se mi pagassero, ma conto di diventare ricco sfondato coi miei libri (ok, sei autorizzato a ridere).

7) Ma è vero che i giornalisti delle webzine metal se la tirano un sacco? Mi hanno parlato male di [segue il nome], di [segue il nome del portale], e anch’io ho notato che crede di sapere tutto lui.
Beh, no. Quello no. Tra l’altro non so nemmeno se li si può definire “giornalisti”, nel senso che per esserlo devi essere iscritto all’albo e tra i metallari dubito che lo siano in molti. Con questo non voglio mica sminuirli: io stesso non mi definisco uno scrittore. Comunque no, credo abbiano capito che non hanno a che fare esattamente con uno sprovveduto e quindi mi considerano un loro “pari”, se capisci cosa intendo. Io poi penso che tirarsela nel metal è una cosa di una tristezza inaudita. Cazzo, non siamo mica nella redazione di “Rolling Stone”!
L’unica cosa di cui posso lamentarmi attualmente è la scarsa reattività di alcuni di loro e il fatto che non mantengano la parola data. Uno è anche stato molto sbrigativo (ma ho idea che sia un mezzo depresso) nel rispondere alle mie mail, della serie “ti rispondo perché altrimenti parli male di noi”. Ma a ‘sto punto dimmi che non ti interessa quello che scrivo e amen. In generale non ho notato boria, semmai un certo pressappochismo nell’interagire con me, forse perché in fin dei conti non sono uno del loro stesso giro e quindi – a differenza dei lettori “di strada”, che stanno premiando la mia proposta – mi tengono un po’ in disparte.
Naturalmente farò tesoro di quello che sto imparando, quando dovrò distribuire le copie promozionali dei prossimi volumi. Sono gratis e spedisco a mie spese: non certo per essere ignorato, converrai.

TG HEAVY METAL (20-26 maggio 2019)

Beh, si parte da Metallized a questo giro. Il motivo è semplice: Francesco Gallina (che ringrazio nuovamente) ha recensito il secondo volume di “Heavy metal – La storia mai raccontata”. Bontà sua, anche stavolta mi ritrovo a incassare un parere positivo:
http://www.metallized.it/articolo.php?id=3401

A parte questa notizia di contorno, devo dire che la settimana appena trascorsa è stata un po’ fiacca. Per carità, fa piacere che gli Armored Saint stiano scrivendo un nuovo album, per esempio, ma è difficile aggiungere qualcosa che non sia un “evviva!”, finché non arriva un singolo o qualche particolare più succulento.
Qualcosa di concreto però c’è stato.

Metal Italia, per esempio, ci ha comunicato che il nuovo 7 pollici dei Visigoth (composto dai brani “Fireseeker” e “Abysswalker”) si può ascoltare gratuitamente su YouTube, nel canale della Metal Blade:
https://metalitalia.com/articolo/visigoth-in-streaming-il-nuovo-ep-bells-of-awakening/

True Metal invece ci ha fatto conoscere il nuovo singolo dei Diamond Head. Pezzo carico di buone intenzioni sotto il profilo lirico, video fatto bene, ma la canzone in sé mi è piaciuta solo da metà in poi, quando il ritmo s’impenna e qualcosa di heavy lo si sente sul serio (fin lì eravamo dalle parti di uno scialbo modern rock):
http://www.truemetal.it/news/diamond-head-online-il-music-video-ufficiale-per-la-title-track-di-the-coffin-train-108396
Da notare che proprio ieri Metal Italia ha recensito l’album, promuovendolo a pieni voti:
https://metalitalia.com/album/diamond-head-the-coffin-train/

La webzine Loud and Proud, sempre attentissima a tutto ciò che succede in campo heavy, ci ha fornito il resoconto del Pounding Metal Fest che si è tenuto a Madrid verso metà maggio. C’erano formazioni molto interessanti dal punto di vista heavy, in primis gli headliner Jag Panzer:
http://loudandproud.it/pounding-metal-fest-2019-report-del-festival-sala-shoko-live-madrid-18-05-2019/

Ma imperdibile è soprattutto l’intervista (del medesimo portale) ai grandissimi Sacred Rite, una delle band che io mi pregio di aver portato a conoscenza di molti metallari italiani attraverso il primo volume di “Heavy metal – La storia mai raccontata”, tanto da inserire il loro esordio nell’elenco del “classici mancati”, e in quanto tale da recuperare assolutamente, perlomeno in streaming:
http://loudandproud.it/sacred-rite-linterminabile-attesa/

Metal.it ha recensito il debut-album dei chiacchieratissimi Idle Hands. Ennesimo parere positivo:
https://www.metal.it/album.aspx/35672/idle-hands-mana/
seguito a ruota da quello di Metal Italia (la recensione è arrivata giusto ieri):
https://metalitalia.com/album/idle-hands-mana/

Segnalo infine un’interessante intervista a Leather Leone (cantante degli storici Chastain e attualmente in giro coi Raven inglesi per promuovere il suo nuovo album solista), apparsa la settimana scorsa su Metallus. La Storia dell’US power metal passa anche da qui:
http://www.metallus.it/interviste/leather-shock-waves-intervista-a-leather-leone/

Questo TG in forma ridotta (no, nessuno sciopero, solo un numero esiguo di notizie interessanti) volge al termine: buon inizio di settimana a tutti!

Elf, “Elf” (1972)

Ok, la copertina non è il massimo…

Era già trentenne, Ronnie James Dio, quando uscì il debutto dei suoi Elf, tuttavia era nel giro della musica già da una quindicina d’anni, prima coi Prophets e poi con gli Elves (incarnazione iniziale degli Elf). Qualche singolo, uno dei quali cantato in italiano per inseguire il successo di Mario Lanza, e poi un LP coi Prophets. Roba tipicamente anni ’50-’60, tra rock ‘n’ roll, rhythm and blues e doo-wop. Nulla di originale o significativo, con Ronnie costretto a tenere sotto controllo la sua voce. Abbastanza castrante, specie per l’ascoltatore.

La musica cambiò negli anni Settanta, quando assieme al cugino David Feinstein registrò questo lavoro omonimo degli Elf (1972) e cominciò a frequentare il mondo del rock duro, aprendo per i Deep Purple innumerevoli volte, fino a diventare il cantante – tre anni dopo – della nuova band di Ritchie Blackmore, i Rainbow.

Ma non voglio allontanarmi troppo dall’argomento centrale del post, ovvero l’album di debutto degli Elf, che qualcuno definisce hard blues ma che di hard ha sostanzialmente poco. Parliamo di un album tradizionalissimo rispetto all’approccio innovativo di gente come i Led Zeppelin, quindi adatto a chi si ciba di blue note, piano honky-tonk e liriche che parlano di amori sofferti, non aspettatevi riffoni, lunghi assoli e batteria devastante alla “Moby Dick”.

Solamente la canzone che chiude l’album, “Gambler Gambler”, presenta riff hard di matrice zeppelliniana. Incontestabilmente blues, ma di un blues che sa di Chicago e locali pieni di fumo, sono invece gli accordi delle irresistibili “Sit down honey”, “Love me like a woman” e “Hoochie koochie lady”, così come tutta la seconda parte di “Dixie Lee Junction” e in generale molti passaggi dell’album, catalogabile globalmente come blues-rock.

Ronnie, qui, suona anche il basso ma vocalmente è già Dio (in tutti i sensi), ascoltate per esempio la bellissima “Never More”, che nella seconda parte riprende le classiche divagazioni jazzate dei Deep Purple e sappiatemi dire:

Anche l’incipit malinconico di “Dixie Lee Junction” è piuttosto paradigmatico.
“I’m coming back for you” anticipa invece certe sonorità solari del rock adulto di fine anni Settanta, genere che era ancora di là da venire.
Ma era tutto l’album a non perdere un colpo, con un David Feinstein decisamente portato (occhio all’assolo di “Dixie Lee Junction”) per questo sound meno violento, rispetto a quello che proporrà con la sua band solista, pur non dimenticando mai il background blues. Fantastico Micky Lee Soule al pianoforte e di gran classe il drumming fantasioso di Gary Driscoll, che purtroppo morirà assassinato a fine anni ’80.

Quanto a Ronnie, lui poteva cantare di tutto e non sorprendetevi se qui e lì emergono sfumature pre-mercuryane. La sua voce potente e a tratti sporca si prestava benissimo al blues, d’altronde se hai cuore e talento il blues ti vien facile. E Ronnie aveva sia uno che l’altro.

Se vi piace il genere, quindi, potete andare sul sicuro: “Elf” è un signor album, suonato e cantato benissimo, con un lotto di canzoni che si lasciano ascoltare con grande piacere, e soprattutto riascoltare nel tempo.
Non c’entra nulla con quello che Dio suonerà successivamente, specie dagli anni Ottanta in poi, ma la buona musica è una sola, cambiano solo gli interpreti.
Qui l’interprete è Ronnie James Dio: direi che ci si può fidare.