Informazioni di base

Questo è un blog dedicato all’heavy metal (con scappatelle in altri generi solo nel fine settimana).
A gestirlo è Dwight Fry, autore della serie di volumi (cartacei) intitolati “Heavy Metal – La storia mai raccontata”, incentrati sugli sviluppi del cosiddetto metal classico in ogni parte del mondo, dal 1984 ai giorni nostri.

Tutte le informazioni sui libri, il modo per acquistarli, feedback acquirenti e recensioni le trovate qui:
https://dwightfryblog.wordpress.com/informazioni/

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HEAVY MEH

immagine tratta da pearsonguy.com

Chi ha letto i miei libri sull’heavy metal sa che li ho scritti per tributare questa musica e per fare “controinformazione metallara”. La speranza è che sollevino interesse e che in tanti ci si avvicinino: mi piacerebbe vedere questa gente rispolverare vecchi album, esclamare “ma dai, chi se li ricordava questi!”, scoprire nuovi gruppi e segnalarli ad altri, oppure valutare una discografia – o un momento storico – da un punto di vista differente e spero stimolante.

In merito alle opinioni che esprimo, non mi aspetto applausi o concordanze perfette, per cui non ci rimango male se qualcuno mi critica. Tuttavia, in caso di disaccordo, spero sempre di ricevere osservazioni dialetticamente rilevanti.

È solo su questo aspetto che la recensione di HardSounds mi ha deluso:
https://www.hardsounds.it/speciali/heavy-metal-la-storia-mai-raccontata

Dopo averla letta, voglio allora precisare un paio di cose.

La prima: non ho voluto basare l’intero progetto, e nemmeno il primo volume, su (cito) una controversia di poco conto, quindi su “motivazioni tirate per i capelli”: il progetto si basa invece su lacune concrete, testimoniate dal modus operandi sfoggiato da tanta saggistica, sempre incline a lasciare sullo sfondo il metal classico al momento di ricostruire il periodo post-NWOBHM.
Da quel punto in poi, di norma, l’heavy metal tradizionale sparisce quasi del tutto e/o resta nell’ombra. Nel primo volume ho citato i libri della Giunti ma potevo citarne altri, per esempio il comunque valido “Smoke on the water” di De Paola, che paradossalmente non degna di attenzione l’incredibile fermento di fine/inizio millennio in campo classic metal (specie quello epico) però ti piazza i Turbonegro come nome fondamentale per capire l’hard & heavy del periodo. Giusto per fare un esempio.
Anche la “Storia dell’heavy metal” di O’Neill è decisamente lacunosa, nonché sbilanciata verso l’estremo.

Il metal ha sempre avuto delle correnti in grado di calamitare l’attenzione del grande pubblico, correnti che col loro successo hanno adombrato di volta in volta l’heavy metal classico il quale, inteso come “scena”, ha goduto di notorietà e gloria grossomodo fino a metà anni Ottanta. Poi è stata una discesa continua, eccezion fatta per i grossi nomi, e molti saggisti preferiscono ricostruire la storia della nostra musica attenendosi alla “popolarità” piuttosto che alla qualità.

Su tali basi, lo scopo che si pone il sottoscritto è quello di individuare una sfilza di gruppi e album, molti dei quali meritevoli e sconosciuti ai più, che di volta in volta sono stati messi in secondo piano dalle band/scene “dominanti”.
Poi se qualcuno vuol dichiarare che, nel 1986, pubblico e critica non andavano dietro ai Metallica e ai Def Leppard ma dietro ai Sacred Rite e agli Hexx, liberissimo. Solo che non è vero.

Allergico alle diatribe social del nuovo millennio, mi permetto soltanto di affermare che una frase, il recensore, se la poteva risparmiare. Mi riferisco alla velata accusa secondo la quale il titolo del libro (che in realtà sarebbe il sottotitolo) mostrerebbe una punta di presunzione di troppo.

Non mi piacciono i processi alle intenzioni e penso che talvolta l’umiltà sia umiliante ma… parliamone.
A me serviva un sottotitolo evocativo; volevo qualcosa che sapesse di mito antico, di narrazione segreta, di tradizione orale (“grandfather, tell me a story!”). Da qui il favolistico “La storia mai raccontata”.
Tutto qui.

Però ammettiamo che abbia voluto vantarmi di aver scritto qualcosa di eccezionalmente unico, di essere stato presuntuoso: il miglior modo per ridimensionarmi sarebbe quello di smentirmi, no? Per esempio citando i libri pubblicati fino al 2018 che somigliano ai miei. Un bel modo per sbattermi in faccia che questa storia è già stata esposta tale e quale, altro che “mai raccontata”!
In quel caso cambierei sottotitolo, se non altro per pudore.
Invece niente.

La cosa buffa è che in un’altra recensione incentrata sui primi due volumi si è parlato di “impresa letteraria epica, che al momento mi risulta totalmente inedita, non solo a livello nazionale” e io boh, a ‘sto punto sono confuso. So solamente che ho iniziato a scrivere questi volumi per varie ragioni e una di esse (credo di averlo già detto altrove) è che quando mi recavo in libreria per leggere qualche saggio sul metal, non ne trovavo mai uno che approfondisse l’evoluzione della NWOBHM, dell’epic, dello speed o del power americano. Per non parlare dell’heavy asiatico, sudamericano, dell’est Europa e delle altre scene minori.
Scorgevo sempre e solo manuali, libri sul metal estremo, monografie, saggi generici sul metal.

Quindi: nel momento in cui non ci sono altri libri focalizzati sulla scena classic metal… nel momento in cui qualcuno si prende la briga di affrontare e seguire nei loro sviluppi sottogeneri e scene nazionali assolutamente trascurati dagli altri… beh, direi che le motivazioni sono più che fondate. Rilevanti. Abbastanza da tentare di scrivere qualcosa di diverso e riempire un vuoto evidente.
Sostanzialmente ho scritto i libri che sognavo di leggere, ma non possiamo avere tutti gli stessi sogni…

P.S.
Su altri aspetti della recensione non intervengo, credo che alla fine competa ai lettori del sito valutarli, specie per quanto attiene alla quantità e alla qualità delle informazioni fornite sui contenuti del mio libro.

TG HEAVY METAL (5-11 agosto 2019)

Stavolta si comincia dai video.
Il primo è quello di “The Sleeper” dei grandi Diamond Head, una delle canzoni presenti nell’acclamato “The coffin train” (QUI la mia micro-recensione).

I francesi Mystery Blue hanno pubblicato invece il secondo singolo dell’imminente nuovo album, intitolato “8red”. Anche questo pezzo non mi dice molto ma è comunque meglio del precedente. Il pezzo s’intitola “Hatred” e dovrebbe essere la title-track. Quanto al video, è molto anni Ottanta (gli occhi rossi…) ma in senso negativo. Un tempo li definivano “cheap”. Sarebbe stato il caso di assoldare un’attrice, inoltre, invece di lasciare il ruolo a una cantante che onestamente non ha né capacità espressive né physique du rôle (effetto ultimi Battle Beast, se mi capite).

Divertente e senza pretese è invece il primo singolo dell’album solista di Phil Campbell (ex Motorhead… c’è bisogno di specificarlo?), un pezzo molto hard & heavy in stile primi Saxon, accompagnato da un simpatico video animato. Alla voce mister Dee Snider:

Veniamo alle prossime uscite.

Gli Angel Witch hanno firmato per la Metal Blade e tra un annetto dovrebbero pubblicare il loro nuovo album.

Stesso discorso per un’altra realtà (più underground) della scena inglese anni Ottanta, cioè i Salem UK, i quali pubblicheranno il prossimo lavoro “Win, lose or draw” a ottobre di quest’anno.

Anche i milanesi Wotan stanno per tornare, dopo ben sei anni. Per ora si ignorano i particolari, si sa solamente che il nuovo album uscirà in autunno per i tipi della Rafchild Records (mai sentita).

Di solito non segnalo le uscite in pre-order ma faccio un’eccezione per il boxset retrospettivo dei francesi Vulcain, band che apprezzo molto e che ha sfornato sempre album di buona/ottima qualità. Se la lingua francese non è un ostacolo, per voi, allora vi consiglio di ordinare il boxset direttamente dalla Season Of Mist (curiosamente è stata proprio la nota label di metal estremo a occuparsi di questa operazione-nostalgia):
https://shop.season-of-mist.com/vulcain-studio-albums-1984-2013-8cd-box-digital

In ambito concerti segnalo la nascita di un nuovo Festival tedesco: l’Hammer And Iron, che già dal nome dice tutto. Scaturisce da una costola del Keep It True e si terrà a metà gennaio, al chiuso, in un club di Essen chiamato Turock. Le band confermate per questa prima edizione sono notevolissime:
JAG PANZER
ETERNAL CHAMPION
BROCAS HELM
IRON ANGEL
LUNAR SHADOW

Infine qualche recensione.

Ho notato ieri mattina la presenza di “New Organon” dei Lord Weird Slough Feg tra le recensioni di True Metal (voto: 76 su 100).
http://www.truemetal.it/recensioni/new-organon-110414

Metallus ha recensito l’ultimo live album dei Riot V:
http://www.metallus.it/recensioni/recensioneriotv-live-in-japan-2018/

I ragazzi di Heavy Metal Webzine ci parlano degli storici Sacrilege e del loro nuovissimo “The court of the insane” (voto: 7 su 10).
https://www.heavymetalwebzine.it/2019/08/06/sacrilege-the-court-of-the-insane-2019/

In ambito ultra underground segnalo due recensioni, entrambe pubblicate sul sito Metalhead.it ed entrambe attinenti a band greche, ovvero gli Afterimage, al debutto con “Traveler in Crystal Visions” (voto: 6 su 10):
http://www.metalhead.it/?p=167667
nonché i connazionali Saboter, che invece sono al secondo lavoro (voto: 7,5 su 10):
http://www.metalhead.it/?p=166858

Chiudo con una bella intervista agli Armored Saint pubblicata dagli amici di Loud And Proud. È molto gustosa, piena di retroscena, vi consiglio caldamente la lettura:
http://loudandproud.it/armored-saint-storie-sante-interview/

Bene, direi che è tutto.
Buon inizio di settimana,
Dwight Fry

TG Heavy Metal (29 luglio – 4 agosto)

Prima notizia, quella che giustamente ha fatto il giro del mondo: i Mercyful Fate stanno per tornare! Già annunciata la reunion in formazione quasi originaria, rispetto all’ultimo album della band, il non-acclamato “9”; non saranno della partita, infatti, né Sharlee D’Angelo né Timi Hansen (quest’ultimo impegnato in una dura battaglia contro il cancro… forza Timi!) ma ci sarà l’ottimo Joey Vera, che non ha certo bisogno di presentazioni.

Per quanto riguarda gli album in arrivo, ci sono notizie sul fronte Tank e Leatherwolf.
Per i Tank della coppia Tucker-Evans bisognerà attendere l’inizio del 2020, più vicini al ritorno sono invece i Leatherwolf, che col nuovo cantante Keith Adamiak (arriva dal metalcore e purtroppo si nota, anche se la timbrica non è dissimile da quella di un Wade Black ) hanno già rilasciato un nuovo singolo: “The Henchmen”. Strumentalmente niente da dire, ma le linee vocali non mi sono piaciute un granché:

Veniamo alle notizie relative ai Festival. I fan della NWOBHM avranno senza dubbio notato che al Metal Conquest Festival di Roma, che si terrà il 25 gennaio 2020, parteciperanno gli storici Witchfynde, oltre a gente come The Black, Solstice e i giovani (nonché apprezzati, teneteli d’occhio) Vultures Vengeance. Una ghiotta occasione per gli amanti delle sonorità underground.

Sul fronte interviste segnalo quella di True Metal a Gianluca Jahn Carlini dei Sangreal, band della quale si dice un gran bene:
http://www.truemetal.it/news/intervista-sangreal-gianluca-jahn-carlini-110029

Quanto alle ultime uscite, inizierei dai live-album di due tra le mie formazioni preferite di sempre: Saxon e Riot.
I Riot li ha recensiti Metal.it (voto: 8 su 10):
https://www.metal.it/album.aspx/36016/21460/riot-live-in-japan-2018/

Dei Saxon invece si è occupato il citato True Metal (voto 75 su 100):
http://www.truemetal.it/recensioni/the-eagle-has-landed-40-live-109790

Degli album in studio vanno segnalate la recensione di “The court of the insane” dei Sacrilege (altro nome storico della NWOBHM) da parte di Metalhead.it (voto: 8 su 10):
http://www.metalhead.it/?p=166813

poi quella del nuovo album dei TIR, intitolato “Metal shock” e pubblicata da Metal Italia (voto: 8 su 10):
https://metalitalia.com/album/tir-metal-shock/

nonché quella di “Times of obscene evil and wild daring” degli Smoulder, altro album assai chiacchierato nell’underground classic heavy (voto: 7,5 su 10):
https://www.metal.it/album.aspx/36239/21580/smoulder-times-of-obscene-evil-and-wild-daring/

Un pensiero, infine, per Roberto Merlone, storica ascia dei nostrani Vanexa, deceduto pochi giorni fa a soli 61 anni. Come ho scritto altrove, gli eroi della prima guardia vanno sempre tributati: per suonare metal qui da noi, al tempo, dovevi possedere uno spirito di abnegazione impressionante e senza un’autentica passione per l’heavy metal non andavi da nessuna parte.
Con Roberto se ne va, dunque, un piccolo pezzo di storia del metal italiano, quello più verace degli anni Ottanta.

Exploited, “Punk’s not dead” (1981)

Nell’ultimo appuntamento con “la giornata del poser”, tre settimane fa, vi ho parlato dei Dead Kennedys e del loro bellissimo album d’esordio. Non tutti sanno che la band statunitense aveva una diretta rivale, in Inghilterra, all’inizio degli anni Ottanta: gli Exploited.

Jello Biafra e Wattie Buchan, storico leader degli Exploited, non si sopportavano e non si sono impegnati un granché per nasconderlo; si vocifera che in un’occasione i due gruppi siano pure arrivati alle mani, ma vai a sapere se è vero.

Contese da rockstar, divertenti e sterili al contempo.

Io ho sempre ascoltato ambo le formazioni, tra le migliori di sempre in campo hardcore. Questo “Punk’s not dead” lo conoscono tutti… di nome. In realtà l’ho intravisto raramente tra le collezioni di chi ascolta il genere, men che meno tra quelli di chi segue il metal.

Un po’ come i Misfits, dei quali parecchia gente possiede la maglietta, però poi conosce solo i pezzi coverizzati dai Metallica, d’altronde conosco un tizio che non ha mai ascoltato un pezzo punk in vita sua ma ha la maglietta col Crimson Ghost.

Io ho acquistato “Punk’s not dead” in ritardo, nel ’97 o ’98, ma conoscevo la band perché a inizio anni Novanta mi avevano passato il fresco di stampa “The massacre”. Personalmente preferisco “Punk’s not dead”, più accessibile, meno hardcore e più in stile ’77. Mi piace un sacco la varietà e il forte spirito rock ‘n’ roll del punk originario. Un pezzo come “Army Life”, per dire, ha un che dei Sex Pistols ma è impossibile togliersi dalla mente il ritmo in crescendo di “Sex & Violence” (tre accordi in croce basati su un testo di tre parole in croce), il riff minaccioso di “Dole Q” o la voce di Wattie che scandisce il nome della band in “Exploited Barmy Army”.

Poi va beh, tutto l’album è una collezione di slogan da cantare a qualche manifestazione (non importa quale, basta che ci sia da far casino): se sei un adolescente, sei incazzato e non sai con chi prendertela di preciso, è facile che un album del genere diventi la colonna sonora delle tue giornate, anche perché traccia una linea di separazione nettissima tra questo tipo di punk e quello che avrebbe riscosso grande successo a metà e fine anni Novanta. Qui c’è una rabbia diversa, laddove i gruppi degli anni Novanta (che pure ascolto e talvolta apprezzo) mi hanno sempre dato l’impressione di inscenare una rabbia in stile Beverly Hills.

Tranquilli, non voglio tirare in ballo la solita contrapposizione tra punk originario e pop-punk, desidero solo sottolineare quanta somiglianza ci sia tra punk e metal su certi fronti. Non pensiate infatti che la controversia “true VS false” sia esclusiva del metal. Né che gli inni al genere e l’orgogliosa rivendicazione di suonare un genere che non è morto caratterizzino solo la nostra musica preferita.

Il punk gli è subito dietro e se nel metal abbiamo il capolavoro “Heavy Metal Mania”, nel punk c’è l’inno “Punk’s not Dead”.
Se vi piace il genere o vi ci state avvicinando, questo album costituisce una tappa obbligatoria per capire il percorso compiuto dal punk negli anni Ottanta.

Le ultime parole famose

Era il 1992 o giù di lì.

Cassetta al ferro della Basf scovata nell’insospettabile collezione di un insospettabile parente.
Si trattava di una compilation realizzata da qualche metallaro (ex metallaro, avrei scoperto in seguito) che, nelle sue illusioni, doveva convertire al sacro verbo un’altra persona, una che al massimo nella vita avrebbe ascoltato “Load”.

Io invece ero già propenso a cedere al lato oscuro della musica e quindi, attratto dai nomi strani e minacciosi di quelle band, trafugai la cassetta dalla collezione altrui e la infilai nel mio stereo portatile.

C’erano un sacco di gruppi thrash, non li ricordo tutti. Di sicuro i Big Four.
Ad ascolto concluso, riposi la cassetta nella custodia di plastica pensando:
“che merda di musica”.

Ebbene sì, il mio primo approccio al metal più violento non fu un granché. Mi dissi che molto probabilmente non sarei andato oltre gli Skid Row, ma sbagliavo.

Passare dalla musica che ascoltavo al tempo (soprattutto hard rock anni 70-80, punk, rock tradizionale e rock contemporaneo) a una molta più aggressiva, lì per lì non fu una gran mossa. Avevo bisogno di una musica “di transizione” e fortunatamente, poco tempo dopo, mi sarei imbattuto nell’heavy metal classico che, al di là dei gusti, possiede ai miei occhi un valore speciale. Esplorandolo ho allargato i miei orizzonti e ho capito in che modo si è evoluto il suono che già amavo, specie l’hard rock; in sostanza ho imparato a rintracciare, nei gruppi estremi, le tracce della musica che già conoscevo.

A volte si trattava di sillogismi: io amavo il punk ’77, ne ho trovato tracce nei Motorhead e quindi dovevano essercene anche nei gruppi thrash che si ispiravano ai Motorhead. Risultato? Mi sono avvicinato ai Voivod.
E gli intrecci di chitarra che già spadroneggiavano negli anni Settanta come ci sono finiti negli In Flames di “Colony”? Attraverso la NWOBHM e gli Iron Maiden, ovviamente.
E chi non ha mai ascoltato i primi due lavori dei Venom difficilmente capirà da dove arriva “Deathcrush”.

In seguito non sono diventato un fan della musica estrema però ho capito meglio quali evoluzioni ci sono state di volta in volta, spesso accavallandosi fra di loro. E comunque svariati album thrash sono entrati nel novero dei miei preferiti, in tal senso non è un caso che un lavoro come “Spreading the desease” degli Anthrax sia stato il primo a fulminarmi: era un album fortemente contaminato dal metal classico.

Il succo è questo: l’heavy metal tradizionale, nelle sue sfaccettature, costituisce per il sottoscritto non solo la musica più bella del mondo ma anche un ponte per conoscere, apprezzare e tendersi verso altre sonorità.

Il metal estremo si chiama così proprio perché sta all’estremo, in una terra lontana; il metal tradizionale, invece, sta in una terra più centrale e accessibile ed è appunto tendendosi da un lato o dall’altro che ci si può imbattere in altra musica, in altri artisti di grandissimo spessore, sebbene assai diversi. Puoi “tenderti” da un lato e imbatterti nei Magnum di “Chase the dragon” o negli UFO di “Lights Out”, puoi tenderti nel verso opposto e trovare gli Annihilator di “Alice in hell” ma anche roba più estrema tipo certi Carcass, gli At The Gates o i Death, tutti gruppi fortemente influenzati dal metal classico.

So che oggi i ragazzi sono più inclini a scoprire il metal partendo da sonorità già violente, il che è normale: certi generi costituiscono la “frontiera” e la frontiera esercita sempre un fascino particolare. Il lato negativo, salvo (numerose) eccezioni, è che in questo modo l’orecchio si abitua a sonorità molto dure e magari una band che si concentra maggiormente sulla melodia può apparire “spompata”. È un po’ come iniziare ad ascoltare il punk partendo dal crust: è chiaro che gli intrecci vocali dei Bad Religion ti sembreranno troppo melodici, dopo un’ora di Driller Killer. E gli Stiff Little Fingers o gli Sham 69, paradossalmente, non ti sembreranno nemmeno punk.

Il rischio è quello di sottovalutare la musica meno incentrata sul fragore, insomma, di non capire il contesto storico nel quale è nata, ma se uno ha voglia di informarsi… prima o poi ci arriva lo stesso. Da adolescenti vogliamo essere tutti cattivi ed estremi, poi cominciamo a prestare attenzione ad altri elementi e non è poi così strano che, andando a ritroso, si possa passare dai generi più in voga ai dinosauri dell’hard rock anni Settanta.

Personalmente mi è stato di grande aiuto il power americano; quest’ultimo possedeva la violenza del thrash già nell’84 ma restava un passo indietro per non smarrire l’influenza dell’heavy classico, le sue radici. Devo molto a gruppi come Vicious Rumors, Riot, Helstar, Trouble o Metal Church, e non solo io.

In quanto a mazzate sui denti continuo a pensare che certe band di metal classico non abbiano nulla da invidiare ai gruppi più estremi. A meno che non si voglia identificare la musica con la cacofonia, in quel caso alzo le mani.

Dopo aver schiacciato il tasto “mute”, però.

‘sti gatti

Immagine presa da Tumblr. Persino il gatto sembra scazzato.

Molta gente si lamenta della quotidianità ostentata da rockstar e artisti metal sui social. Roba abbastanza imbarazzante, da quel che leggo, tra gattini, cuoricini, torte e romanticherie assortite.
Il fatto è che a lamentarsi, di norma, è gente con più di trent’anni, cresciuta con le interviste dei magazine, nelle quali lo spazio era ristretto e bisognava parlare al 99% di musica. Sì, ogni tanto scattava la domanda sul calcio o sul cinema ma perlopiù si parlava di musica e le foto pubblicate erano quelle ufficiali.

Oggi sono i musicisti a volersi mostrare in tutte le salse, a voler esprimere la propria opinione su qualsiasi tema, e che posso dire? Sia fatta la loro volontà. Nessuno può impedirglielo.
Similmente, nessuno può impedire a noi di ignorarli.

Non seguo i miei miti musicali sui social. Non perché li ritenga incapaci di esprimere un pensiero interessante, anzi: ho grande stima di persone intelligenti come (faccio un solo nome) Mike Scalzi, ma onestamente preferisco ascoltare la musica che compone e suona, tutt’al più vederlo dal vivo.
Al massimo seguo quelle pagine che mi tengono aggiornato sulle novità relative alle band. Di solito, però, preferisco informarmi tramite i vari portali.

Ovviamente la prospettiva cambia per un millennial, che è abituato da sempre a condividere di tutto e ha visto i suoi genitori postare foto (spesso grottesche) di sé, dei propri amici, dei propri animali, dei cibi cucinati, dei propri corpi, dei luoghi di vacanza e via dicendo.
Quanto potrà sembrare deprimente, a un metallaro ventenne, Rob Halford coi suoi gattini? Non più di Berlusconi che allatta una capra, suppongo.
Una cosa da ridere, da farci subito un meme, per poi passare oltre. Tempo un’ora e l’attenzione è già rivolta a qualcos’altro, a qualcun altro.

La smania di sapere e far sapere ha delle conseguenze. Fate caso alla durata delle identità nascoste, una tipicità dell’heavy metal. Dei Brujeria nessuno ha saputo un accidenti per anni, ma quanto tempo c’è voluto per scoprire le identità di Slipknot, Ghost o Batushka?
Ormai resiste solo Nattramn.

Il rapporto tra musicista e fan è cambiato, si è creato un nuovo paradigma col beneplacito di ambo le parti: la situazione è questa e non si torna indietro. La facilità con cui un po’ tutti si sono adeguati, a parer mio, rivela che la gente non aspettava altro.
Se i social fossero nati nell’87, forse avremmo avuto Bon Jovi che spazzola il suo cane, Wendy O. Williams (RIP) che ci parla di tofu, e Clive Burr (RIP) che ci illustra la sua opinione sulla guerra delle Falkland.

Che poi ci sarebbe una grossa differenza tra “mostrare” e “ostentare”, tra “coinvolgere i fan” e “svendere la propria privacy”, tra “esprimere un’opinione” e “voler diventare un influencer”, ma tant’è.

Così gira il mondo: più la gente normale prova a fingere di possedere una vita interessante, più la gente che ha davvero una vita interessante si sforza di apparire normale.
Valli a capire.

TG HEAVY METAL (22-28 luglio 2019)

Prima buona notizia: i tedeschi Atlantean Kodex stanno per deliziarci (spero, ma visti i precedenti c’è di che essere fiduciosi) con nuova musica: l’uscita di “The course of empire” è fissata per metà settembre. A differenza dell’album dei Grim Reaper che sto per mostrarvi, qui la copertina promette davvero bene e mi spinge a riflettere una volta di più su come diavolo faccia, la gente comune, ad accontentarsi della cosiddetta musica liquida:

Come già anticipato, anche i Grim Reaper dell’inossidabile Steve Grimmett stanno per tornare. L’11 ottobre verrà dato alle stampe l’album intitolato “At the gates”. Questa la copertina (non eccelsa):

A proposito di NWOBHM: tra le band minori c’è da registrare l’arrivo di “Ghosts of war”, secondo album degli storici Weapon UK dopo la reunion del 2010. Ecco la copertina:

A metà settembre verrà pubblicato anche il nuovo album di una band francese minore ma a suo modo importante per il metal transalpino: i Mystery Blue. Mi sono un po’ pentito di averli esclusi dal primo volume della serie “La storia mai raccontata”, ma so già che a tempo debito scriverò e pubblicherò un compendio (ne parlavo con uno di voi, via mail) e credo proprio che li inserirò nell’elenco.
Comunque: dalla reunion di fine anni Novanta la band ha una cantante donna e il primo singolo del nuovo album, intitolato “8red”, non lascia ben sperare. Un collage di riff già sentiti mille volte, linee vocali insipide, testo horror di scarsa presa. Se volete ascoltarlo ugualmente, eccolo qua:

Questo tipo di atmosfere riescono decisamente meglio a gente come Michael Denner, il quale ha appena messo su una nuova formazione, i Denner’s Inferno, attraverso il quale ha lanciato il primo singolo dell’album d’esordio, intitolato “In amber”. Data d’uscita prevista: novembre, al momento non posso essere più preciso. Non aspettatevi però una copia dei Mercyful Fate, qui siamo dalle parti di Black Sabbath e occult rock anni 60-70, ma con un tocco di melodia più marcata per via della voce, a tratti quasi soul. Al microfono c’è Chandler Mogel, ex Outloud e Talon, abituato a sonorità più morbide e direi che si sente.
Questo il video del singolo:

I nostrani Fil di Ferro torneranno a loro volta tra settembre e ottobre con “Wolfblood”. Copertina disegnata da Enzo Rizzi:

Scendiamo nell’underground coi brasiliani Grey Wolf del factotum Fabio Paulinelli. È in arrivo il loro quarto album, “The Last Journey Of An Old Viking”. La bella copertina lascia intuire il genere suonato:

Se non disdegnate i vocioni alla Boltendahl, date un ascolto alla title track:

Ancora underground purissimo per l’imminente uscita di “On the hunt”, quarto lavoro dei canadesi Iron Kingdom. Qui la copertina:

Per quanto riguarda le recensione, in materia di metal classico ho notato un po’ di disattenzione da parte delle principali testate metal, se si esclude Loud And Proud, il quale ha recensito un po’ di album di genere, per esempio l’omonimo debutto dei Sangreal:
http://loudandproud.it/sangreal-sangreal/

Poi il secondo lavoro degli Hellscream statunitensi:
http://loudandproud.it/hellscream-hate-machine/

E il terzo album dei canadesi Metalian:
http://loudandproud.it/metalian-vortex/

Bene anche Metalhead.it, testata che si è accorta di un album molto apprezzato all’estero, ovvero il debutto degli statunitensi Blade Killer:
http://www.metalhead.it/?p=166711

E con quest’ultima segnalazione siamo a posto così, per il momento.
Alla prossima!

La musica è finita?

Giusto ieri ho letto un articolo scritto da Paolo Vites, pubblicato pochi giorni fa su IlSussidiario.net e che a sua volta riprende un articolo di Craig Havighurst. Si parla di musica liquida e musica fisica, mi è parso interessante per vari motivi.

Il primo è che non dice nulla di nuovo, nel senso che si grida allo scandalo per motivi che già allarmavano i giornalisti trent’anni fa.

La fruizione della musica, per esempio. La fruizione della musica è sempre stata un continuo divenire e i giornalisti che oggi criticano chi ascolta musica col cellulare, a me, ricordano quelli che una vita fa criticavano i ragazzi – tipo il sottoscritto – che se ne andavano in giro con walkman e cuffie, invece di ascoltare la musica nell’unico modo per loro possibile, cioè in una stanza isolata e ovviamente col giradischi.

Anch’io, all’epoca, potevo apparire superficiale agli occhi di qualche musicofilo della generazione precedente, ma non lo ero affatto, anzi. Studiavo la musica degli anni Settanta, mentre gironzolavo per strada col mio Sony e quelle cacchio di cuffie con la spugna.

Stesso discorso per alcune frasi che leggo nell’articolo e nelle quali mi sono già imbattuto nel ’92 o giù di lì, quasi identiche, tipo:

“la musica trasmessa è decisa a tavolino per motivi commerciali, le nuove generazioni perdono decenni di storia per una manciata di canzoncine tormentone che spariranno nello spazio di una stagione”.

E dai, su: al tempo c’era MTV e la musica veniva “decisa a tavolino”. Ora MTV è defunta ma la musica viene ancora “decisa a tavolino”.
Non dico che non sia vero, dico che è inutile allarmarsi e dire che “la musica è finita” per via di un meccanismo vecchio come il cucco e i Righeira.
Lo so che citare Califano fa sentire chic ma…

Anche questa frase:

“Oggi la musica è solo una esperienza a livello dei sentimenti più banali e preconfezionati usa e getta”

mi pare un rigurgito degli anni Ottanta, quando i giornalisti si scagliavano contro l’avanzare di quelle pop-star che oggi, in confronto ai trapper, sembrano appena uscite da Harvard.

L’unica parte dell’articolo che ho trovato interessante è una triste ammissione di colpa: lo streaming legale ha fatto molti più danni della pirateria e ha condotto all’aumento del prezzo dei biglietti negli eventi dal vivo.
Interessante, soprattutto se consideriamo che gli ultimi dati dicono che l’industria musicale ha fatturato comunque un 8,1% in più rispetto all’anno precedente.

“La musica è finita”, il music business no.

P.S.
Qui potete leggere per intero l’articolo, se vi interessa:
https://www.ilsussidiario.net/news/la-musica-e-finita-come-muore-una-delle-piu-grandi-risorse-di-bellezza-dellumanita/1903761/

TG HEAVY METAL (15-21 luglio)

Ok, anche stavolta si parte dai Manowar. Pare infatti che la band (cioè DeMaio) abbia fatto causa all’Hellfest per via del concerto annullato il mese scorso.
La precisazione è arrivata durante il solito “discorso alle masse” in quel di Istanbul, potete leggerlo qui:
https://metalitalia.com/articolo/manowar-fanno-causa-allhellfest/

Discorso che non dice nulla di nuovo o di preciso e che manifesta un nervosismo palese. Ovviamente da DeMaio non ci si aspettano le capacità dialettiche di un Democrito: questo è metal old school e il metal old school è fatto così, dritti al punto e poche chiacchiere.

Premettendo che più vado avanti e più mi rendo conto che dei Manowar parlano male cani e porci, compresi quelli (molti) che hanno annusato giusto il metalcore e che dovrebbero mandar giù un altro po’ di latte e rinforzare le ossa, prima di esprimere (in un italiano tipicamente 2.0) i loro profondissimi pensieri, aggiungo che il discorsone di Joey delude perfino chi, come me, un mese fa non ha voluto prendere immediata posizione e ha preferito aspettare (cito):

altri particolari per farmi un’idea precisa di quello che è successo ieri a Clisson. Potrebbero esserci motivi quantomeno razionali dietro il dietrofront della band.

Bene, nella strigliata turca non ho scorto motivi razionali. DeMaio cade nelle solite discrepanze alla Manowar, per cui da un lato si dice orgoglioso di aver suonato (quasi quarant’anni fa…) davanti a 7 persone (probabilmente con “suoni pessimi e luci inadeguate”, viste le difficoltà di una band agli esordi) ma al contempo ci dice che non si è fatto problemi ad abbandonare di punto in bianco un festival che riunisce ogni anno 150.000 spettatori; da un lato fa l’elenco dei posti in cui i Manowar hanno suonato senza problemi, dall’altro non specifica in quali contesti (festival? Concerti singoli?) e se altrove gli siano state imposte o meno delle limitazioni di orari e decibel dovute alla legislazione nazionale.
E così via.

In generale il discorso non dice nulla di nuovo, se non che Lui ha ragione e quelli dell’Hellfest torto, praticamente quello che già aveva affermato (con apprezzabile senso della sintesi) un mese fa nel primo comunicato stampa. I fan turchi si sono beccati un pippone inutile, quindi.

Una disquisizione a parte merita la frase “Non ascoltate le cazzate di questi coglioni che su internet parlano male dei Manowar. Nessuno di questi stronzi era sul posto. Hanno per caso una copia del nostro contratto? Erano nel backstage?”.

Innanzitutto mi chiedo se quelli che invece parlano bene dei Manowar abbiano una copia del loro contratto o siano stati presenti nel backstage. Ne dubito. In secundis credo che diversi fan incazzati, cioè “i coglioni che su internet parlano male dei Manowar”, fossero effettivamente sul posto. Ma evidentemente Joey ritiene che non ci si possa considerare fan della band e al contempo criticarne l’atteggiamento, o perlomeno nutrire qualche dubbio sulla splendida mossa di mollare migliaia di fan senza nemmeno affacciarsi sul palco, diffondere immediatamente un comunicato esaustivo e/o indire una conferenza stampa in diretta facebook; o magari scendere dall’Olimpo e incontrare un numero ristretto di fan, tra quelli accorsi a Clisson, spiegando cos’è successo, invece di abbandonare la Francia in fretta e furia.

Se è vero che nell’83 hanno siglato un “patto di sangue” giurando che i loro fan mai si sarebbero ritrovati a un concerto dei Manowar con “suoni pessimi e luci inadeguate”, oltre a qualche altra promessa che hanno già infranto (d’altronde la fan-base si è assottigliata per precise ragioni, no?), viene il dubbio che proprio questo sia stato il peccato mortale dell’Hellfest: obbligarli a suonare con “suoni pessimi, luci inadeguate e senza la nostra attrezzatura”. Mi permetto di dubitarne, anche se questo mi porrà in automatico fuori dalla cerchia dell’Immortal Army, visto che l’Hellfest non è esattamente un festival da sagra della polpetta. Ci hanno suonato i Kiss, in quei giorni, e le loro coreografie, il loro impianti luci, certo non sono inferiori a quelli dei Manowar.
Siamo seri, su.

Anche a voler ridurre tutta la questione a “noi diamo o il 100% o niente”, atteggiamento old school che posso in qualche modo aspettarmi e giustificare in un sessantacinquenne, qui il vero problema è l’interpretazione del concetto espresso. Perché per me dare il 100% non significa andare via in attesa di poter organizzare un concerto gratuito chissà quando, ma stringere i denti e tenere un concerto anche se nutri la netta sensazione che il promoter abbia provato a fregarti (noi comuni mortali non sappiamo in che modo). Ai fan offri la musica, perché loro vengono prima di tutto: al promoter pensi dopo. Finisci il concerto e gli dai un bel cazzotto old school nel backstage, oppure a distanza di giorni gli fai recapitare una letterina firmata dai tuoi avvocati, come d’altronde hanno (pare) già fatto.

Qualcuno in rete obietta: e se suonando si fossero in automatico negati l’opportunità di rivalersi sull’Hellfest? Speculazioni se ne possono fare a dozzine ma la prima risposta che mi sovviene è: quale modo migliore per dimostrare che i Manowar, ai loro fan, offrono davvero il 100% e che l’heavy metal viene prima di contratti, cavilli e burocrazia?
Sennò siam bravi tutti a parlare di “vero metallo”.

Ma io, che per i Manowar ho speso non so quanti soldi e non so quante ore della mia vita, e che sostanzialmente vivo respirando heavy metal, agli occhi di Joey sembrerò certamente uno di quelli che non hanno nulla di meglio da fare che giocare coi loro cazzini e digitare cazzate su internet.

Come se la carriera dei Manowar fosse stata immacolata, irreprensibile, fino al 21 giugno 2019 e questo episodio non rappresentasse, al contrario, l’ennesimo schiaffo alla pazienza dei fan che gli sono rimasti fedeli.

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Chiudo la lunga parentesi dedicata ai Manowar e apro quella relativa alle novità in ambito heavy metal classico.
Per questioni di tempo eviterò di segnalare tutti i portali in cui ho letto queste notizie, limitandomi a citare i fatti.

Uno mi fa particolarmente piacere: sono tornati in pista gli Elixir, band inglese della tarda NWOBHM che ha prodotto un classico degli anni Ottanta, “The son of Odin” (1986). Il loro ultimo album prima dello scioglimento non era eccezionale ma conteneva una canzone, la lunghissima ed epica (un po’ alla Warlord) “Samhain”, che a me piace un sacco e che lasciava ben sperare per il futuro.
Vedremo cosa combineranno ora.

Seconda notizia: anche i Pretty Maids stanno per tornare con un nuovo lavoro, del quale (a differenza degli Elixir) conosciamo titolo e data d’uscita: “Undress Your Madness”, disponibile da metà novembre. Copertina non esaltante:

E per due gruppi pronti ad allietarci con nuova musica, ce n’è uno che non è più disposto ad allietarci con… vecchia musica, visto che erano una fotocopia dei Running Wild: mi riferisco ai Blazon Stone, band comunque molto apprezzata nella sua pedissequità. Il leader della band, Cederick Forsberg, non pecca certo di disonestà intellettuale quando afferma “è l’idea del progetto che mi piace meno: non c’è nulla di originale, è semplicemente una copia spudorata di una band già esistente. Ci sono alcuni pezzi che ho scritto di cui vado fiero ma non è abbastanza”. Pare che pochi vogliano far parte della sua band e lui non può permettersi di pagare dei turnisti, quindi preferisce sciogliere la band.
Onesto e rispettoso verso i fan: ad avercene.

Tra le notizie minori, la conferma che i tedeschi Gravestone sono tornati in attività e suoneranno al Keep It True 2020. Incredibile che siano riusciti a coinvolgere il bravissimo chitarrista Mathias Dieth, anche coi Sinner e col miglior UDO (quello dei primi lavori solisti), visto che Dieth nel frattempo era diventato un avvocato e passava il tempo nelle aule di tribunale con giacca, cravatta, capelli corti-brizzolati e occhiali da miope:

Sarà divertente rivederlo sul palco in tutt’altre vesti.

Per quanto riguarda la nuova musica da ascoltare posso citare giusto un paio di nuovi singoli.
Uno è delle ormai note Burning Witches, ed è “Wings of steel”. Strumentalmente buona ma quella voce… io già non gradisco molto le voci femminili nel metal (appiattiscono parecchio) ma se in più mi fai un pezzo nel quale alterni voce femminile rock e voce gracidante simil-black, certo non mi inviti a nozze. Meglio la strofa+ritornello rallentato, vagamente epic-power, che funge da intercalare e chiude la canzone con una lunga coda:

L’altro è il singolo degli spagnoli Ankhara, band discretamente nota in patria che di recente ha visto il suo ultimo album, “Sinergia”, ristampato e diffuso in tutta Europa grazie all’interessamento della Fighter Records. Il singolo è discreto, molto melodico: se non vi sanguinano le orecchie nel sentire musica metal cantata in spagnolo concedetegli una chance. Il loro heavy-power si lascia ascoltare e talvolta, non so perché, mi ricorda proprio i citati Pretty Maids in versione ispanica:

Infine qualcosa da leggere.

Il nuovo live dei Culprit, recensito dai ragazzi di Metalforce:
https://www.metalforce.it/recensioni/culprit-realmente-colpevoli-x-055763

Un album live anche per i Bullet, qui recensito da Heavy Metal Webzine:
https://www.heavymetalwebzine.it/2019/07/19/bullet-live-2019/

La recensione dell’ultimo album degli Skanners da parte di Metal Italia:
https://metalitalia.com/album/skanners-temptation/

Il secondo lavoro dei Tytus analizzato da Metal.it:
https://www.metal.it/album.aspx/36162/21547/tytus-rain-after-drought/

Infine, tutti voi saprete che c’è stato il Luppolo In Rock nei giorni scorsi. Ne hanno parlato un po’ tutte le testate metal ma il live-report più completo che ho letto è quello di True Metal:
http://www.truemetal.it/articoli/live-report-luppolo-in-rock-2019-second-edition-ex-colonie-padane-cremona-109761

E con questo è davvero tutto.
Alla prossima!

Aneddoti e curiosità (parte 1)

Dei 15 titoli in vinile più venduti nel 2018 in Italia, ben 9 sono ascrivibili al genere rock. I Pink Floyd compaiono addirittura tre volte, al primo (“The dark side of the moon”), quarto (“The wall”) e sesto posto (“Wish you were here”), confermando il fatto che i fan della band siano dei maniaci del collezionismo.

Molto musicisti non possono vivere di sola musica, devono trovarsi un lavoro normale. Della serie “la professione che non ti aspetti”, ho scoperto che Gerre dei Tankard un tempo faceva l’assistente sociale.

Andreas “Gerre” Geremia

Una volta il cantante dei Sonata Arctica ha raccontato questo episodio:
“Jorg Michael mi ha detto che, al tempo in cui lui e gli Stratovarius erano in tour di spalla ai Motorhead, Lemmy andò da loro e gli chiese se erano soddisfatti del trattamento che stavano ricevendo. I ragazzi degli Strato gli risposero di sì e Lemmy si fece promettere che anche loro, in futuro, si sarebbero comportati allo stesso modo con i gruppi più giovani.”

Il Salvatore

Quando David Lee Roth mollò i Van Halen, Eric Martin dei Mister Big ricevette una telefonata da Eddie Van Halen per fare l’audizione, ma alla fine scelsero Sammy Hagar.

Eric “babyface” Martin

Eric Martin rifiutò invece di recarsi a un’audizione voluta da Ritchie Blackmore perché temeva il suo caratteraccio.

Ritchie Blackmore

Kimberly Goss dei Sinergy, una volta, ha definito Mat Sinner (Primal Fear, Sinner) “una moderna reincarnazione di Hitler”.

Mat Sinner (senza baffetti)

Nel Quebec, nei primi anni del 2000, c’era un prete che faceva sentire i dischi dei Voivod per avvicinare i ragazzi alla Chiesa. Non so se lo fa ancora ma al tempo fu Away a confermarlo.

I Voivod

Il cantante degli HammerFall, Joacim Cans, è un fan sfegatato dei…
Manowar?
Virgin Steele?
Iron Maiden?
No: Genesis.

Joacim Cans

Stando a quanto dichiarato da Timo Tolkki durante un’intervista del 2004, una volta Jens Johansson gli ha (cito testualmente) “pisciato su una gamba durante l’esecuzione di Forever”. Parliamo del periodo di maggior crisi degli Stratovarius, quello in cui Kotipelto era stato sostituito dalla misteriosa Katriina “Miss K” Wiiala, che sta agli Stratovarius come Dan Nelson sta agli Anthrax.

Miss K. (all’epoca i citazionisti simpsoniani la chiamavano Miss K. Loreena)

Il cantante dei Gorgoroth, Gaahl, come in molti sanno ha avuto dei problemi con la giustizia. Nel 2005 è stato condannato per aver aggredito un uomo e per aver tentato di bere il suo sangue (!). Non tutti sanno, però, che in difesa di Gaahl accorse mamma-Gaahl, la quale disse del figlio: “è vegetariano e schizzinoso, non berrebbe mai il sangue di un uomo”.
Peccato non abbia aggiunto: “inoltre è un Testimone di Geova”.

Gaahl mentre cucina del sanguinaccio