Informazioni di base

Questo è un blog dedicato all’heavy metal (con scappatelle in altri generi solo nel fine settimana).
A gestirlo è Dwight Fry, autore della serie di volumi (cartacei) intitolati “Heavy Metal – La storia mai raccontata”, incentrati sugli sviluppi del cosiddetto metal classico in ogni parte del mondo, dal 1984 ai giorni nostri.

Tutte le informazioni sui libri, il modo per acquistarli, feedback acquirenti e recensioni le trovate qui:
https://dwightfryblog.wordpress.com/informazioni/

Quel museo è una cazzata, amico

Fa sorridere l’indignazione che ha colto alcuni metallari dopo che la “Rock & Roll Hall of Fame” ha deciso di escludere Judas Priest e Motörhead (oltre a Thin Lizzy e Soundgarden) dal breve elenco di gruppi che verranno premiati quest’anno.

Vorrei quindi far presente che:

1) La fondazione “R&R Hall of Fame” è un’istituzione messa su, a suo tempo, dalla élite del music business (discografici, editori, avvocati, giornalisti…) e da che mondo è mondo, il music business non ama il metal. Quando ama il metal, c’è qualcosa che non va. L’età media dei “capoccia” è altissima, tipo settant’anni o giù di lì;

La giuria della R&R Hall of fame si rilassa in piscina.

2) l’istituzione è così seria che Dave Matthews, arrivato primo nel voto popolare di quest’anno, è stato escluso comunque;

Dave l’ha presa bene

3) nel 2020, al posto di Judas, Motorhead o Dave Matthews, premieranno gente come Notorious B.I.G. (un rapper) e Whitney Houston (una pop-star). Però la sede della fondazione espone fieramente un mucchio di chitarre elettriche. Chissà quante ne avranno suonate, in vita loro, Notorious B.I.G. e Whitney Houston!

Non è la prima volta che gente estranea al mondo del rock ‘n’ roll viene premiata e il perché è semplice: la R&R Hall of Fame è collegata al noto museo, nel quale vengono tenute mostre – temporanee o meno – sugli artisti ammessi.
Ora rifletteteci un attimo. Mettetevi nei loro panni. Sei un magnate, devi investire un sacco di soldi in una mostra o in una celebrazione pubblica: a chi riservi uno spazio ad hoc nel museo? A un tossico alcolizzato che cantava “Eat The Rich” e recitava in “Tromeo & Juliet”, oppure a una tossica alcolizzata (ma famosissima) che cantava “I will always love you” e recitava con Kevin Costner e Denzel Washington? Poco importa se non ha mai cantato musica rock, la gente farà la coda per vedere i cimeli della povera e sfortunata Whitney ugualmente.

In un quadro del genere… voi sareste felici di finire nella R&R Hall of Fame?
Io no. Cioè, non ci penserei neppure. È una fortuna non entrarci!

Che poi bisogna pure vedere chi si lamenta, da quel pulpito. La scena metal attuale è quella che nel 2014 s’è entusiasmata per le Babymetal e a malapena s’è accorta che i While Heaven Wept si scioglievano, quindi starei attento a criticare la “R&R Hall of Fame” per la scarsa attenzione mostrata nei riguardi delle band metal.
Inoltre vorrei proprio vedere quante gente conosce davvero la discografia dei Motorhead o dei Thin Lizzy.

Il premio, per i gruppi rock/metal, siamo noi: fan reali, appassionati, in carne e ossa. Stabiliamo noi chi piazzare nelle “stanze della celebrità”: i burocrati del rock ‘n’ roll non contano e non devono contare nulla. La “Rock & Roll Hall of Fame” è una presa per il culo.

E se non volete dare retta a me, almeno date retta a Lemmy:

Musica fisica e musica liquefatta

In che maniera la gente ascolta musica, oggigiorno?

Beh, lo sappiamo tutti: attraverso lo streaming. La musica a portata di tutti, sempre e ovunque.
Ma la musica fisica? I dati confermano l’andazzo dell’anno scorso, almeno per quanto riguarda il mercato degli USA:

STREAMING: + 32%
CD: – 26%
MC: – 11,5%
VINILI: + 10,5%

Non inizierò un pippone contro lo streaming, tranquilli. Lo uso anch’io e mi permette di investire meglio i miei soldi, garantendomi la possibilità di ascoltare un album prima di comprarlo in formato fisico. Senza contare che lo streaming ha abbassato i prezzi dei CD e ora la mia wishlist è lunghissima.
Di sicuro compro più adesso che negli anni Novanta o 2000.

Dwight Fry si fa aiutare da degli amici mentre entra in un negozio di dischi

Questo è l’uso che ne faccio e che reputo tagliato su misura per me. Aggiungo che non pagherei mai l’abbonamento a un servizio di streaming, né l’acquisto di un solo file MP3.
Mi spiace per chi si limita alla musica liquida, nella stessa misura in cui mi spiace per quelli che guardano i film sullo schermo minuscolo di uno smartphone e non vanno mai al cinema.

La situazione in ITALIA? Uguale a quella degli USA. Gli ultimi dati in mio possesso (non aggiornati al 31/12, però) indicano questa situazione:

STREAMING: + 28%
MUSICA FISICA: – 20%
VINILI: + 4,8%

Cosa ascoltiamo in Italia? Perlopiù musica italiana (60,6%), che di per sé non significa nulla ma credo ci si riferisca alla musica pop commerciale di “artisti” nazionali.
Cosa ascoltano i giovani italiani? Perlopiù rap / hip hop (53,2%) e latina (37,6%).

Anche questi dati confermano dei trend già noti.

Due considerazioni: la moda del vinile prima o poi si sgonfierà. E che sia una moda lo capisci ponendo una semplice domanda a tutti questi nuovi cultori: chiedetegli se hanno il giradischi ed eventualmente quante volte lo usano / lo hanno usato dal momento dell’acquisto. Le risposte vi stupiranno.
Ah, chiedete pure a qualche hipster se suona meglio il vinile nuovo di zecca che hanno preso da Media World o il relativo CD. Al 90% risponderanno come pappagalli ben ammaestrati: “il vinile, perché il suono è più caldo”.

Un ascoltatore di vinili

Ma un giorno o l’altro ci torno, su questo tema.

Seconda considerazione: bisognerebbe fare qualcosa per riportare i ragazzi ad ascoltare musica rock e metal ma ricordo che al tempo, quando proposi una cosa del genere ad altri ascoltatori di musica rock e metal, mi chiesero: “e perché? Ognuno ascolta ciò che vuole”.

A voi eventuali riflessioni.

Io ce l'ho e tu no

Qualcuno sostiene che le persone che scaricano discografie intere sul PC “perdono il 90% del piacere di fruizione della musica”, e io concordo.

A volte mi chiedo se sia possibile, ed eventualmente in quale maniera, far capire certe cose ai nuovi ascoltatori. Instillare il gusto per la scoperta “a misura d’uomo” che, lo sappiamo, è la nemesi della fruizione frettolosa (più che frenetica) che caratterizza l’ascoltatore medio 2.0.

Non mi consolano neppure i dati gioiosi sulle vendite dei vinili. Ho la netta sensazione che l’acquisto di musica fisica presenti le solite prerogative dell’attuale “società dello spettacolo”, per citare Debord, ovvero l’ostentazione fine a se stessa.

citazioni di un certo livello, qui da Dwight Fry…

E questo vale per tutti, millennial e boomer (ho scoperto che fra di loro si chiamano in questi modi orribili). Il vinile come oggetto di arredamento e basta. Non importa ciò che contiene, concetto che farebbe rabbrividire il più scialacquatore dei collezionisti, bensì l’immagine vincente che può dare di te.

Non è un caso che Amazon e altri portali consentano, con un semplice click, di condividere sui social i particolari dei propri acquisti. Che tu abbia comprato un vinile dei Pink Floyd, un tostapane o qualcosa griffato Hello Kitty non cambia nulla, l’importante è che si sappia.

Il tostapane di Hello Kitty che David Gilmour ha acquistato quest’anno su Amazon

Ora. Pure a me piace raccontare, ad altri sostenitori del formato fisico, cos’è che ho comprato negli ultimi tempi, ma il punto è proprio questo: l’acquisto è il punto di partenza, non di arrivo. È come dire: guardate cosa ascolterò o riascolterò a breve. La musica ha la precedenza sull’oggetto e l’intento principale resta quello di sentirsi dire “grande acquisto!”, “bella cagata!” o “mai sentito, com’è?”. Conoscere il punto di vista altrui, poi domandare: “e tu hai comprato qualcosa di bello?”. Confrontarsi. Poco importa se quello che ci sta di fronte frequenta le superiori o è un padre di famiglia.

Se compri un CD o un disco solo per esporlo e raccogliere invidia sociale, allora c’è qualcosa di profondamente sbagliato nella tua testa. E più teste ragionano male, più la società s’inquina di un pensiero sbagliato.

Tre possibili soluzioni:
1) l’invenzione di un “poser detector” (tipo quelli degli aeroporti, questo però funzionerebbe al contrario);

2) un “bonus metalhead” (500 euro all’anno destinati esclusivamente all’acquisto di musica rock in formato fisico);

3) stappare una birra e fregarsene di quello che fanno gli altri.

Il senso della conoscenza

L’altro giorno mi è successa una cosa strana.

Ero a una fiera del disco e a un certo punto, come da manuale, attacco a parlare con un tizio, un metallaro che avevo a fianco mentre scartabellavo la sezione metal di un venditore. Avrà avuto vent’anni, forse qualcuno in più. Età universitaria, diciamo.

Tra i vari CD ne adocchio uno dei Jaguar: “Run ragged”. Lo sollevo e il ragazzo fa “Bello. Speed metal”.

Siccome non mi capita tutti i giorni di trovare qualcuno, per di più così giovane, in grado di inquadrare al volo una band di nicchia come i Jaguar, gli chiedo se gli piace l’heavy degli anni ’80 e lui mi stupisce di nuovo. Cita i Raven, addirittura gli Acid.

Acid

Conoscere gruppi del genere, nel 2020, non è da tutti ma non è questa la cosa strana alla quale accennavo. La cosa strana è che il ragazzo non ha saputo citarmi nemmeno una canzone. Io gli dicevo di essere cresciuto con “Don’t need your money” e “Master Control” e lui invece, quando gli ho chiesto se gli piaceva in particolare una canzone dei Jaguar o dei Raven, si è limitato a dire che aveva ascoltato i loro album senza guardare i titoli.

Non gliel’ho chiesto eppure ne sono quasi certo: dal modo in cui ne parlava, conosceva i gruppi per via di qualche “full album” scaricato da YouTube, o per averli ascoltati in streaming assieme ad altri mille gruppi, magari con la riproduzione automatica attivata, senza pause.

Nulla di eclatante, oggi la musica si fruisce così.

La domanda che mi sono posto, tuttavia, è questa: si può dire che quel ragazzo conoscesse davvero gli album che citava? Nessun dubbio sul fatto che li abbia ascoltati, ma ascoltare in quel modo equivale a conoscere?

Secondo me no, o almeno non sempre. Non più di quanto una persona possa dire di conoscere una città solo perché l’ha attraversata una volta in pullman.

Ovviamente non è una questione meramente mnemonica, anch’io spesso non riesco a ricordare il nome di una canzone o di un musicista, e di un brano ricordo quasi sempre la parte strumentale, assai meno i testi. Il problema è un altro e riguarda l’approccio alla musica, il modo in cui riteniamo che vada assimilata. Non voglio appesantire la discussione e tirare in ballo gli antichi Greci, ma in effetti la questione è meramente culturale.

Non avete la sensazione che oggi troppa gente, di ogni età, sostenga di “conoscere” un album o addirittura un gruppo con la stessa leggerezza, lo stesso candore, con cui sostiene di avere degli amici su facebook?

Always look on the bright side of life

Lo sapevo che prima o poi qualcuno se ne sarebbe accorto, ma ne parlo a cuor leggero lo stesso.
Sì, pochi siti hanno segnalato l’uscita dei nuovi volumi di “Heavy metal – La storia mai raccontata”. Giusto True Metal e Metal Italia, che io sappia.
L’intervista su Sdangher invece esula dal discorso, loro erano più che altro interessati a “conoscermi” come scrittore, su segnalazione di un gentilissimo lettore che segue spesso la mia pagina Facebook, ovvero Paolo Cella. Lo saluto e ringrazio pubblicamente, visto che in privato ho scordato di farlo!

Quanto ai portali metal, non prendetevela con me: io i comunicati stampa li ho spediti a tutti i siti con cui ho avuto a che fare in passato. E ho contattato via mail quasi tutti i vecchi acquirenti.
Specifico quest’ultimo punto perché il post che state leggendo nasce proprio dalle lamentele di un lettore, il quale non ha ricevuto la comunicazione che gli ho inviato (antispam modello KGB?), non sta su Facebook (comprensibile) e s’è sorpreso perché non ha visto i libri segnalati nei portali che segue.

Un consiglio, in tal senso: i lettori a-social possono sempre dare un’occhiatina al mio blog, se vogliono aggiornamenti di prima mano. Ogni tanto ci scrivo pure cose interessanti.

Tornando ai siti: non stabilisco le priorità in casa d’altri. Per quello che ne so, un portale può ricevere un mio comunicato stampa, leggerlo e pensare “e ‘sti cazzi?”.

citazione cinematografica

Certo, non sono neppure cieco né fesso, lo so che i comunicati stampa delle case editrici li pubblicano al volo, quand’anche siano scritti coi piedi (non fatemi parlare…).
È uno dei lati negativi dell’autoproduzione: non tutti, e non sempre, ti danno retta. Mi spiace più che altro per i lettori.
Così io busso: se qualcuno apre è bene, sennò pazienza.

Questo invece è uno dei lati positivi dell’autoproduzione: se le porte restano chiuse non devi polemizzare con nessuno, soprattutto quando sai che a breve ti toccherà pure ristampare i primi due volumi perché nel frattempo le richieste sono aumentate.

Te ne torni a casa e stappi una birra, in perfetto Motorhead style. Poi giù a scrivere.

Quel tizio mi pare di conoscerlo…

Gli spot televisivi di solito sono una palla ma quando puntano sull’ironia riescono, talvolta, a strappare un sorriso. I nostri amati artisti hard rock e metal appaiono spesso nelle pubblicità e vorrei sottolineare un meccanismo (tipico della commedia, ne parlava già Pirandello) usato puntualmente in questi spot: quello del “contrario”. Più un musicista è noto per le sue stravaganze macabre e più l’effetto comico sarà vincente, come dimostrano quattro (su cinque) delle pubblicità che vi propongo.

Partiamo allora dal vecchio Ozzy Osbourne che in questa pubblicità della Samsung viene preso in giro (e si prende in giro, ma il senso dello humour di Ozzy è noto) per lo strano modo in cui articola le parole quando parla nella vita reale. Qualcuno ritiene che dipenda dagli eccessi del passato ma sta di fatto che quando apre bocca nessuno capisce una mazza, e questa pubblicità lo conferma:

Continuiamo con l’immenso Alice Cooper che qui pubblicizza una marca di prodotti per la scuola. L’attrice che interpreta sua figlia ha una faccia da funerale fin dall’inizio; è chiaramente contrariata all’idea di dover ricominciare la scuola e nel finale cerca di mettere nel sacco Alice citando un verso di “School’s out”.
Per i fan di Alice, un vero spasso:

Qui di seguito potete osservare invece Demon Kogure, cantante dei grandi Seikima-II (chi ha letto almeno uno dei miei libri sa di chi sto parlando), famosissimo in patria, alle prese con l’attraversamento di un ponte sospeso nel nulla mentre quella rompicoglioni della figlia lo chiama di continuo per le ragioni che scoprirete dopo dieci secondi. Umorismo giapponese.
La Fujifilm, al tempo, era la rivale della Kodak in campo fotografico:

I Kiss ne hanno realizzate dozzine (vi stupisce?), ma l’unica pubblicità decente che ricordo con loro è questa qui della Lotteria svedese. Mostra cosa ci si poteva permettere quell’anno vincendo il primo premio:

Poi c’è questa, vecchiotta, in cui compare Slash per due secondi ma lo spot è davvero divertente. Reclamizza la MasterCard e vede come protagonista un ragazzino che entra in un negozio con suo padre per comprare la sua prima chitarra. Al momento di provarla si verificano sviluppi inaspettati:

Avrei potuto segnalare altri spot, con Bon Jovi, Rob Halford, Ted Nugent (agghiaccianti le sue réclame) o Steve Tyler, ma onestamente non erano un granché divertenti.

Accontentatevi di questi, per ora, e passate un buon fine settimana.
Dwight Fry

La musica che verrà

In questa intervista ai The Monolith Deathcult dell’anno scorso, raccolta e pubblicata da Aristocrazia Webzine, Michiel Dekker ci spiegava che:

i giovani non ascoltano un album intero di Lady Gaga o Ed Sheeran. Prendono le canzoni. Per cui per quale motivo dovremmo — e di nuovo io sono stato l’ultimo a pensarci, perché sono vecchio e oh, quando ho comprato Cruelty And The Beast ho speso settimane a studiarmi i testi anche quando andavo in bagno — continuare a registrare musica per cinquanta o sessanta minuti quando la gente non la ascolta? Lo vedi anche su Youtube, le ultime canzoni dei nostri album hanno molte meno visite delle prime. Per cui abbiamo deciso di scrivere album più brevi.

Interessante.

Anch’io ho notato su Spotify che le prime canzoni di ogni album, salvo eccezioni (ovvero brani particolarmente noti), presentano un numero di riproduzioni più alto rispetto a quelle che stanno in fondo.
Ora: Dekker cita Ed Sheeran e Lady Gaga, che di sicuro non c’entrano col metal.

qui sopra, una persona che non c’entra col metal. C’è anche Lady Gaga

Possibile che i giovani si affidino alle singole canzoni in un genere come il metal, che fino a pochi anni fa costituiva l’ultimo baluardo contro un certo tipo di logica commerciale?
Secondo me sì. Le nuove leve del metallo crescono in un contesto che non ha niente a che fare con quello in cui sono cresciuto io e molti di voi. Noi siamo partiti chi dai vinili, chi dalle MC o dai CD, e al tempo non era agevole neppure saltare un brano.

dalla mia collezione. Album imparati a memoria per forza di cose

Io però non li biasimo, ‘sti ragazzi. Smarriscono la concentrazione (l’interesse?) via via che si inoltrano nell’ascolto di un album perché hanno troppe alternative a portata di mano, basta beccare due pezzi noiosi di fila e si mettono ad ascoltare altro. Ogni tanto mi chiedo: se fossi nato nel 2001, non sarei forse come loro? Voglio dire, ascoltiamo musica nella maniera in cui la società ce la mette a disposizione.

Io guardavo i videoclip in TV, trasmissioni come Headbangers Ball e qualche volta Rock Revolution di Mixo (che aveva il problema di parlarti indifferentemente degli Abba e degli Iron Maiden), ma una cosa del genere non sarebbe scesa giù a un figlio dei fiori della generazione precedente, il quale mi avrebbe detto senz’altro: “i musicisti bisogna guardarli ai concerti, non nello schermo della tivù”.

Intendo dire che qualunque generazione non vede di buon occhio il modo in cui quella successiva fruisce la musica. Oggi imperano le playlist, mentre per noi le compilescion erano solo un modo per diffondere il Verbo o per tener duro durante i viaggi in auto e in pullman, gite scolastiche comprese. Oggi se hai Spotify modello base non puoi nemmeno scegliere cosa ascoltare, devi lasciarti imporre l’ascolto di brani random: la MTV del ventunesimo secolo, in sostanza. Ma a molti va bene così, d’altronde a molti un tempo andava bene quello che passava la radio o appunto MTV.

Di base penso che ci saranno sempre ragazzi desiderosi di esplorare album, discografie e generi, ma il mainstream ragiona in termini di massa e quindi devo supporre che in futuro il concetto di “singolo” assumerà l’importanza che aveva nel pop anni Ottanta. Non escludo che etichette e gruppi metal si adegueranno, per cui adesso entro in modalità taumaturgo.

Allo stato attuale le band registrano ancora nuova musica e poi vanno in giro, ma si moltiplicano i tour celebrativi di un singolo album (i più famosi, di norma) e le scalette rigide in modalità Greatest Hits. Non è da escludere, allora, che il futuro della musica siano i singoli e gli EP.
Non converrà restare in studio per registrare album della lunghezza attuale, cioè 60-65 minuti: affittare uno studio costa. Ci si limiterà a registrare di volta in volta una manciata di brani, da vendere perlopiù in formato digitale e da riproporre poi dal vivo nel corso dell’anno. Dopo aver sfornato un discreto numero di inediti, immagino che in occasione di eventi particolari (sotto Natale, o per il Record Store Day) ci si prenderà la briga di accorparli in un vinile, in CD o MC, per proporli ai fan in edizioni limitate e costose.

Lo so, non è una prospettiva entusiasmante per chi passa le giornate su Discogs ma non erano entusiasmanti neppure i golden ticket, le aree VIP ai concerti e gli ologrammi sul palco, eppure la gente ci si è abituata in fretta.
Va bene così, no?

P.S.
L’intervista ai Monolith Deathcult potete leggerla nella sua interezza qui:
https://www.aristocraziawebzine.com/interviste/the-monolith-deathcult/

2019: un anno di heavy metal

Buonissima annata heavy, il 2019. Tanti gli album ascoltati (se cliccate sui titoli sottolineati potrete leggere le relative, brevi recensioni che ho scritto qui nel blog durante l’anno), ma sono tanti anche gli album che, seppure a malincuore, non ho potuto ascoltare per le ragioni che spiegherò in chiusura.

Ma entriamo nei dettagli.

Più che buono il ritorno degli Slough Feg con “New Organon”: dopo quasi 25 anni di carriera non si poteva chiedere di più, a Mike Scalzi. Ottimi anche i Diamond Head di “The coffin train”, a conferma della giusta via intrapresa col nuovo (e bravo) cantante. Mi sono piaciuti molto i Tanith di “In another time” (un tuffo credibilissimo nell’hard & heavy di fine anni ’60 inizio anni ’70: profuma di Uriah Heep già dalla copertina), i bravissimi Crypt Sermon di “The Ruins Of Fading Light” e il debutto omonimo dei Sangreal, realtà musicale di carattere e caratura internazionale ma nella quale il cuore pulsante è quello, italianissimo, di Gabriele “Nightcomer” Grilli, mai dimenticato primo cantante dei DoomSword.

Discreti i Them di “Manor of the Se7en Gables”, ma devo ammettere che con loro la scintilla non è scattata. Meglio i Fil di Ferro di “Wolfblood”, una delle ultime sorprese dell’anno.

Ascoltate poco ma piaciute al volo le ultime fatiche degli Angel Witch (“Angel of light”), dei TIR (“Metal Shock”) e dei RAM (“The Throne Within”); gli Atlantean Codex mi hanno ripagato della lunga attesa con “The Course of Empire” e hanno riscosso meritato successo gli Idle Hands di “Mana”.

Sorprese: davvero bravi gli Haunt di “If Icarus Could Fly”; i grezzissimi Pounder, con “Uncivilized”, hanno preso a martellate i miei padiglioni auricolari ma ogni tanto qualcosa di così ignorante ci vuole. Bene anche i Blade Killer, convincenti col semplice ma efficace “High risk”.

Dovrei invece riascoltare Candlemass (“The door to doom”), Riot City (“Burn the night”) e Booze Control (“Forgotten lands”) ma a un ascolto superficiale le buone vibrazioni non sono mancate affatto.

Delusioni? Mah, non mi hanno entusiasmato gli Enforcer, il loro “Zenith” è troppo soft per i miei gusti, ma non me la sento di bocciarli perché rimangono una band davvero abile. Mi ha lasciato un po’ freddino anche il nuovo singolo dei Leatherwolf, “The Henchmen”, che non mi fa ben sperare per il futuro in materia di linee vocali (il nuovo cantante non mi convince), laddove non ho il minimo dubbio sulla qualità del comparto chitarristico. Niente di che pure “Nabbed in Nebraska” degli Anvil.

A proposito di singoli: tra quelli del 2019 ricordo con piacere il video della bellissima “Eagle spirit” di Blaze Bayley, seppure estratto da un album pubblicato nel 2018, ovvero “The redemption of William Black”:

E in virtù della simpatia che mi ispirano vorrei citare la canzone natalizia dei Nanowar, “Valhalleluja”:

Speranze per il 2020? Attendo con curiosità i ritorni di Saxon, Ironsword (dopo ben 5 anni), Wolf e Haunt. Poi si sa, molte band potrebbero venir fuori all’improvviso con qualcosa di nuovo; quelli che ho citato sono già stati annunciati ma altri si aggregheranno di sicuro. Poche le speranze nei riguardi del prossimo album degli Anvil, invece.

Non ho avuto modo di sentire neppure una volta, in questo 2019, i Pretty Maids di “Undress Your Madness” (però i singoli non mi erano piaciuti un granché) né gli Skanners (“Temptation”) né il live dei Cirith Ungol (I’m Alive”) né gli Smoulder (“Times of Obscene Evil and Wild Daring”) né i Lunar Shadow (The Smokeless Fires”) né… tanti altri gruppi dietro ai quali è impossibile tenere il passo.

Qualcuno ridia un senso al concetto di “etichetta discografica” o depositi un decreto legge che impedisca ai gruppi di pubblicare materiale nuovo a distanza ravvicinata dal vecchio. C’è troppa roba in giro e la gente, anche quella che è solita ascoltare musica in maniera seria, fa una fatica boia e tende sempre più a concedere ascolti giocoforza frettolosi.

Non dico di seguire l’esempio dei Tool, che ne hanno fatto una questione di (abile) marketing, ma ci sarà una felice via di mezzo, no?

Chiudersi in uno studio solo per timbrare il cartellino e poi tornare di corsa on stage è una prassi che non gioverà a nessuno, sulla lunga distanza. O almeno io la vedo così.

Un Lemmy da Emmy

Sono già passati 4 anni dalla morte di Lemmy, uno degli eventi rilevanti… forse quello decisivo… alla base della mia volontà di raccontare la storia dell’heavy metal attraverso i ben noti volumetti.

Era il 28 dicembre 2015 e per me, da allora, il mondo del rock duro è diverso. Non migliore né peggiore: solo diverso.

Di Lemmy oggi parleranno in tanti ma quanti parleranno del Lemmy attore? Solo io, credo. Perché Lemmy era un appassionato di cinema e spesso lo adocchiavi in qualche pellicola, ovviamente in particine.

Andando in ordine cronologico, il primo film nel quale appare è “Mangia il ricco”, commedia nera dai risvolti demenziali del 1987 che a me, anni fa, piacque senza esagerare (dovrei rivederlo). Lemmy interpreta il ruolo di Spider, un trafficante di armi intenzionato a mettere il bastone fra le ruote a un politico che mira alla carica di Primo Ministro.

Pellicola grottesca e folle, un po’ alla Monty Phyton per capirci, con la colonna sonora curata in parte dagli stessi Motorhead (ben sei pezzi presenti nella colonna sonora): la nota “Eat the rich”, che ovviamente prende il titolo dal film, fu scritta appositamente e poi inserita nell’album “Rock ‘n’ Roll”.

Lemmy l’ho visto anche in “Hardware” (1990), fantahorror del quale al tempo avevo letto grandi cose e che invece mi deluse un sacco, tanto più che il regista era Richard Stanley, quello di “Demoniaca”. Lemmy potete vederlo per pochi secondi nella parte di un tassista:

Compare inoltre nel film che in qualche modo lo omaggia più di tutti (il famoso indovinello rivolto al poliziotto… ricordate?) e in tempi non sospetti: sto parlando del noto “Airheads – Una band da lanciare” (1994). Film molto simpatico, tipica commedia americana che intrattiene piacevolmente e che ci delizia con una bella colonna sonora a base di Anthrax, Prong, Ramones e ovviamente Motorhead: la loro “Born to raise hell”, pezzo già presente in “Bastards”, venne registrata nuovamente per l’occasione, con gli ospiti Ice T e Whitfield Crane a duettare con Lemmy nel relativo videoclip:

Lemmy appare anche per qualche secondo, in una scena; è il tizio nel pubblico che, in un’ammissione collettiva di nerdaggine, confessa di aver pubblicato il giornalino della scuola quand’era alle superiori:

Un film con Lemmy che non ho visto è… ehm… un pornazzo intitolato “John Wayne Bobbitt: Uncut” (1994), film che riprende la storia (vera) di Lorena Bobbitt e di suo marito, nota a tutti quelli che hanno una quarantina d’anni. La signora Bobbitt divenne famosa per aver tagliato il pene al marito (violento e fedifrago) e averlo gettato da un’auto in corsa nel cuore della notte. La storia venne ricostruita in questo film porno, che vedeva per protagonista proprio John Bobbitt e in una scena, peraltro fantastica, c’era Lemmy. Eccolo qua:

Da notare la reazione di Lemmy: “Looks like a dick! Fucking hell! Ah well, it’s not mine at least”.

Straordinario.

Lemmy amava i film strambi e quindi era pappa e ciccia coi tipi della Troma. Io possiedo in VHS “Tromeo and Juliet”, filmone del ’96 che ha nella colonna sonora “Sacrifice” e vede Lemmy nel ruolo di narratore metropolitano, per così dire:

Lemmy appare anche nel quarto episodio della saga del Vendicatore Tossico, ovvero “Citizen Toxie: The Toxic Avenger IV” (2000), ma è una serie di film che onestamente non ho mai amato. Lo recupererò, se non altro per godermi Lemmy che se ne sta in mezzo al pubblico e fa facce buffe:

Della Troma non ho visto neppure “Return to Nuke ‘Em High” (2013), nel quale un Lemmy un po’ imbolsito a causa del cattivo stato di salute interpreta il Presidente degli Stati Uniti:

e neppure “Terror Firmer” (1999), del quale ho sempre letto grandi cose. Conosco giusto qualche scena, per esempio questa qui di seguito, in cui Lemmy interpreta se stesso e torna a vestire il ruolo di narratore:

I due tizi della scenetta, per chi non lo sapesse, sono Matt Stone e Trey Parker, i due pazzoidi che hanno inventato “South Park” e che hanno girato “Cannibal! The musical” (1996), nel quale secondo Wikipedia dovrebbe apparire Lemmy. Io ho la VHS originale e il film l’ho visto; onestamente non ricordo affatto di aver adocchiato l’ex cantante dei Motorhead, in quel film, quindi diffidate.

Chiudo questa lunga retrospettiva con una citazione di carattere televisivo. Sapevate che Lemmy girò una pubblicità per reclamizzare il Kit Kat, nel 2001? Era in compagnia di altri nomi famosi, tra i quali l’ex calciatore Roy Keane e la strafiga (al tempo) Kelly Brook.
Nello spot Lemmy suona… ma non il basso.
Godetevelo e… ciao Ian: prova a reincarnarti, se ti riesce. Noi ti aspettiamo.
P.S.
Lo so che gli Emmy sono un premio televisivo e non cinematografico, ma non ho resistito al gioco di parole.

Help the helpless ones

I Manowar e Orson Welles

Mesi fa, in un articolo che ha destato interesse e qualche frecciatina da parte del pubblico metal conservatore, ho affermato in questo blog:

gente come DeMaio sta diventando un problema […] Con le sue uscite e le sue bizze e le sue “geniali” trovate pubblicitarie, fa fare una discreta figura di merda all’intera scena.

Lo penso ancora, ovviamente. I Manowar hanno detto tutto quello che avevano da dire e al di là della resa live, sempre competitiva, Eric e Joey avrebbero potuto mettere fine alla loro comune avventura anni fa. Dedicarsi ad altro. Mi incuriosirebbe molto, vederli alle prese con nuovi progetti musicali.
In quell’articolo ho anche scritto, però:

Intendiamoci, io non prendo sul serio tutta questa gente che ora sbuca dal nulla e spala letame sulla band. Chi diavolo sono? Qual è la loro competenza in materia? Cosa sanno dei Manowar?

Perché ci sono Manowar e Manowar. Ci sono i Manowar che lasciano i loro fan a becco asciutto in quel di Clisson e ci sono i Manowar che in studio ti regalano CAPOLAVORI dell’heavy metal. Uno di questi è senza dubbio “Battle Hymn”, canzone quasi eponima del loro album di debutto risalente al 1982.

Parlar male di “Battle Hymn” è come parlar male di “The burning of Rome” o di “Dreams of Eschaton”… parlar male di QUEI Manowar significa mettere in dubbio le basi stesse dell’epic metal e per forza di cose capirci poco. Succede, quando uno ha scarsa dimestichezza con un genere: io per esempio non capisco nulla di reggae e difficilmente saprei distinguere un bravo musicista reggae da uno scarso.

La cosa che raccomando sempre è quella di contestualizzare. I parametri per valutare una canzone, un album e un gruppo nel 2020 non sono gli stessi che sono stati utilizzati venti, trenta o quarant’anni prima. Ecco perché ho trovato deprimente questa pseudo analisi (più una presa in giro che altro, qua di analitico non c’è nulla) della citata “Battle Hymn” da parte di Enrico Silvestrin e Jane Alexander:

Da dove comincio? Vediamo un po’…

1) i Manowar super-tecnici: stiamo scherzando? Eric ha una delle voci più belle e potenti di tutto il metal, ok, ma da qui a considerare la band “super-tecnica” ce ne passa. Non sono mica gli Area;

2) i nomi d’arte: perché il plurale? Ross the Boss e poi? Joey DeMaio si chiama davvero Joey DeMaio, Scott Columbus si chiamava Walter Scott Columbus. Nessun nome d’arte, che diavolo c’entra Burzum? Perché ridere del povero Scott solo perché di cognome faceva Columbus? Non mi sembra un atteggiamento intelligente;

3) i Manowar e i Pooh: un accostamento del genere rende bene l’idea della serietà con la quale è stata analizzata “Battle Hymn”. E va bene che “Parsifal” è un bellissimo brano di rock progressivo e sinfonico (c’è pure Wagner di mezzo) ma sostenere che i Manowar ricordino i Pooh per via della “ridondanza epica”… io boh, sono allibito;

In primo piano, il fan #1 dei Manowar. In secondo piano, Eric Adams.

4) il rallentamento centrale di “Battle Hymn” ricorda Elton John: no comment;

Forse si riferivano a Evil John.

5) l’immaginario dei Manowar è mega superato: no. Se Silvestrin seguisse l’heavy metal saprebbe che quell’immaginario lì, riassumibile nel concetto di sword & sorcery, ha conosciuto un ritorno di fuoco ben vent’anni fa e ancora oggi, piaccia o meno, sopravvive grazie a numerose band. Ma dubito che Silvestrin segua gli Eternal Champion;

6) i brani di “Kings of metal” sono di tutt’altro livello rispetto a una “Battle Hymn”: ok, qua entriamo nel campo dei gusti personali e c’è poco da obiettare, però credo che poche persone, tra coloro che amano davvero i Manowar e in generale l’heavy metal, sottoscriverebbero un’affermazione del genere. Per molti “Battle Hymn” è IL brano epic metal per eccellenza e di sicuro può competere a testa alta con qualunque pezzo, compresi i pesi massimi realizzati dagli stessi Manowar.

Aggiungo due note personali:
1) perché ridere del frastuono scatenato dai concerti dei Manowar? Eccessivo e molto Spinal Tap, senza dubbio, ma negli anni ’70 anche i concerti dei Grand Funk Railroad erano rumorosissimi: scommetto che una cosa del genere non causerebbe ilarità, in una retrospettiva su di loro. E vogliamo parlare dei concerti degli AC/DC?

2) Silvestrin dice di essere stato un fan dei Manowar ma ammette di conoscere solo due album: “Fighting the world” e “Kings of metal”. Non conosceva “Battle Hymn”, quindi, e neppure i capolavori realizzati dalla band fino a “Sign of the hammer”? Scusate ma a me vien da sorridere, perché è un po’ come essere stati fan degli Omen e non conoscere “Battle Cry”. Oppure essere un fan degli Iron Maiden e aver ascoltato solamente “No prayer for the dying” e “Fear of the dark”.

Infine una confessione: ho bloccato il video dopo 25 minuti, non appena ho sentito parlare di voti da appioppare al brano. È una cosa davvero deprimente, da X Factor dei poveri. Ma avrei voluto bloccarlo prima, non appena mi sono accorto che il video era una cafonata, coi due intenti a trattenere risatine, battute, a divagare (marcando spesso l’accento romanesco, chissà poi perché), a disquisire del fumo e non dell’arrosto, senza una nota tecnica degna di menzione, senza neppure una breve panoramica sulla carriera della band, sulla sua importanza nel contesto metal anni ’80 e ’90, sulla qualità eccezionale dei primi quattro album. Meglio concentrarsi sulle spade brandite in una foto vecchia di decenni…

Secondo me non è questo il modo migliore di parlare di musica e soprattutto di metal. O fai un video farsesco fatto bene (e lì ci si può davvero sbizzarrire, considerando i soggetti da parodiare) o fai un video in cui analizzi con un minimo di professionalità la canzone.
A me ‘sti ibridi malriusciti, in cui si parla di musica di qualità in modo superficiale, facendo battute e cuoricini, dando a intendere di gradire una cosa solo perché ritenuta kitsch, e non per il suo effettivo valore artistico, mi annoiano. A tratti mi irritano, così come mi irrita chiunque voglia smitizzare (di solito i miti altrui) senza esserne in grado. Non ci si improvvisa Nanowar.
Poi oh, ognuno impiega il suo tempo come meglio crede.

Come ho scritto altrove, mi consola il fatto che quei due col metal c’entrino poco e niente, compreso Silvestrin, che per qualche strano motivo qualcuno considera uno che di metal ne sa a pacchi solo perché sul Tubo ha commentato la discografia di band strafamose e ha citato en passant gli Steeler.

Trovo comunque paradossale che persone del genere abbiano da ridire (e ridere) dell’epica manowariana quando proprio loro hanno partecipato al programma più trash ed eticamente discutibile della TV italiana, cioè quella cagata colossale de “Il Grande Fratello”.

Eccoli in un autentico contesto culturale. Qui disquisiscono dell’influenza di Musorgskij su Debussy, suppongo.

Così come trovo assurdo che uno come Silvestrin giudichi buffo l’aspetto estetico dei Manowar anni ’80 (parliamo di quasi quarant’anni fa e di un contesto votato all’eccesso come quello metal dell’epoca), quando nei ’90 si presentava ai miei poveri occhi così conciato: